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QUANDO IL PIANTO DEL CALCIO NON FA TROPPO PIANGERE

marzo 2013 by:
calciatorilutto

Una mattina, anni fa, i giornali uscirono a mezzo lutto: due calciatori del Castel di Sangro erano morti sull’autostrada del Sole, andavano a  oltre 200. Il cordoglio delle pagine sportive si espresse nelle formule consuete; ma a noi che le conoscevamo male fecero effetto. Da ‘Repubblica’  per esempio apprendemmo: i due rientravano nel  grazioso paese abruzzese che quell’anno “conosceva una favola calcistica, 5500 abitanti e una squadra in serie B'”. Come a dire, il piccolo Regno di Sardegna ammesso, per le glorie di Crimea, al Congresso di Berlino (1878) tra i colossi d’Europa.

Raccontava ‘Repubblica’: “L’agghiacciante telefonata della Stradale alla moglie del patron del Castel di Sangro è stato un terribile colpo al cuore”. Nessuno dei due eroi caduti essendo del posto, forse qualcuno dei locali non piombò nello strazio; però su questo il cronista in lutto sorvolò. Apprendemmo anche che il presidente della squadra era Luciano Russi, rettore dell’università di Teramo, ateneo che era stato primo a istituire un corso in diritto ed economia dello sport. Questo ci rassicurò: il ritardo sportivo rispetto alle università statunitensi stava diventando intollerabile. Teramo aveva saputo raccogliere la sfida di Harvard e Yale. Se più Magnifici Rettori si fossero ispirati al modello Russi, le nostre università si sarebbero arricchite di squadre vibranti e straricche come quelle che portavano alle stelle la grandezza accademica degli USA. Chi dice che i rettori esistono per la sola scienza?

L’allenatore della squadra, accorso sconvolto in tuta, parlò chiaro: “Ora tutto è più difficile. Dovremo tirare fuori l’anima, lo faremo per Pippo e Danilo”. Per il momento i duri campioni della squadra  erano in lacrime: “Se ne sono andati due ragazzi stupendi”. Nella folla dei tifosi sbigottiti c’era anche John McGinnis, scrittore americano, che si era trasferito nel Sangro “per raccontare in un libro il miracolo del calcio. In lacrime anche lui”. La pagina luttuosa di ‘Repubblica’ evocò che vari altri calciatori si erano immolati al volante per rispondere alla chiamata del coraggio. I migliori, remunerati come la loro classe esigeva, preferivano Porsche e Ferrari. Per esempio il divo Gianluca Pagliuca ebbe un terribile incidente, ma riprese a giocare “dopo essersi comprato un altro Porsche”. Pagliuca ammetteva:  i giocatori, sì, corrono troppo, ma perché “il lavoro ci porta lontano da casa e tornare è importante”.

Temevamo che il calcio indurisse e, anche per il denaro che fa girare, involgarisse i cuori di centravanti terzini allenatori. Invece scoprimmo  che essi piangevano impulsivamente, disperatamente, e tra di loro lo scrittore di Boston trasfigurato dal pallone al punto di farsi abruzzese. Al loro tempo Gabriele d’Annunzio e Francesco Paolo Michetti avevano cantato il fervore emotivo delle stirpi della Maiella e della Pescara. Gli immolati Pippo e Danilo avevano trovato McGinnis.

Viaggiare a oltre 200 è deplorevole, stolto, persino vietato; ma per i calciatori è diverso. Se gli va male, sono combattenti che non si sono tirati indietro: come i minatori uccisi dal grisou o i pescatori annegati nell’Atlantico rabbioso.

Noi credevamo di dover compiangere -sul serio, non per burla- i genitori, figli, vedove, amici stretti, vittime della frenesia ardimentistica/ gladiatoria dei campioni. Sbagliavamo. Dolenti, inconsolabili possono essere gli strateghi, gli impresari, gli imbonitori persino gli accademici del calcio. Non presiedono squadre i migliori tra noi, da Agnelli a Berlusconi? Un tempo alla testa delle nazioni si invocavano i re-filosofi. Oggi abbiamo i titani del business e gli statisti pluri-condannati.

Ai quali comunque vada un consiglio col cuore: smettano di regalare Ferrari ad ogni giocatore che segna, se non vogliono farsi una testa così di lacrime, imitati da cittadinanze intere, quando si schiantano sull’Autosole.

Porfirio