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LA RISCOSSA DELLA SINISTRA

giugno 2013 by:
lc

Forse Antonio Massimo, che sa essere flessibile e pragmatico, avrà già impartito il proverbiale “contrordine compagni”. Ordinato, cioè, di soprassedere per il momento al reclutamento di qualche cacciatore di teste per individuare l’alto ufficiale o prelato più idoneo a promuovere, in Italia e al limite nell’universo intero, quel rivolgimento rivoluzionario ancorchè semi-conservatore che lui auspica e che le sinistre nazionali, estreme e quindi fuori dal mondo oppure moderate e quindi abbarbicate al sistema vigente, hanno dimostrato di non sapere o volere attuare. La dimostrazione definitiva sarebbe venuta, come sanno i nostri lettori, dal decesso ormai acclarato della sinistra nostrana mainstream, ovvero il non compianto Partito democratico.

Come tutti sanno o dovrebbero sapere, invece, il presunto defunto ha dato, certo tra la sorpresa generale, uno squillante segno di vita, sia pure ricalcando se si vuole le strofe iniziali di uno storico inno nazionale: la Polonia non è ancora morta finchè noi siamo vivi. Anche il PD, infatti, sembra assomigliare tuttora ad un fantasma mentre si sono rivelati ben vivi e vegeti diecine o centinaia di suoi singoli militanti più o meno dichiarati o confessi nonchè milioni di suoi elettori. Guarda caso, incidentalmente, quello polacco è l’unico inno nazionale in cui si menziona un altro paese ossia proprio l’Italia, dalla quale mossero alla riscossa due secoli fa i legionari del generale Dombrowski.

Anche l’Italia da qualche tempo dà segni piuttosto marcati di necrosi, benchè la  salute fisica della sua popolazione risulti, dalle classifiche ufficiali, inferiore nel mondo solo a quella di Singapore e migliore rispetto a Svizzera, Finlandia, ecc. Ma la salute, com’è noto, non è tutto, sebbene la sua importanza sia primaria. Politicamente ed economicamente siamo stati peggio di adesso, dopo la seconda guerra mondiale, solo durante quest’ultima. La cui fine, però, prometteva di per sè un risollevamento che infatti, per molti versi, si realizzò, mentre adesso incombono solo una serie di incognite per nulla rassicuranti. A cominciare da quella rappresentata da una classe politica la cui inadeguatezza rispetto alle avversità del momento è solo la più banale delle sue pecche.

Può anche darsi che Antonio Massimo abbia ragione, ossia che per rimettere il paese in carreggiata si rivelino necessari estremi rimedi come il rivolgimento sopra accennato o comunque radicale. Io continuo invece a pensare che ci si debba accontentare di qualcosa di meno ambizioso ma anche meno rischioso e meno gravido di incognite. Non vedo perché proprio l’Italia, fra tutti, debba cimentarsi in salti nel buio piuttosto che insistere nello sforzo, per quanto anch’esso già arduo, di portarsi al livello di altri paesi, quelli con cui generalmente si confronta. I quali, a loro volta, si trovano di fronte a problemi più o meno seri quando non gravi ma non languono nelle condizioni del nostro, afflitto, oltre che da malanni antichi mai veramente curati, da una multiforme crisi cronica ormai ultraventennale.

Si tratta di uno sforzo che fino e ieri poteva sembrare disperato, dopo il sostanziale fiasco, politico più che economico-finanziario, del governo Monti, l’uomo che secondo qualche osservatore straniero prometteva di salvare addirittura l’Europa. Dopo l’esito disperante delle elezioni parlamentari di febbraio, utile sì a far trillare più sonoramente che mai, col clamoroso successo del movimento Cinque stelle, il campanello d’allarme per l’emergenza nazionale, ma tale da non assegnare automaticamente a nessuno il compito di affrontarla finalmente senza più indugi e remore. E dopo, naturalmente, la penosa vicenda dell’elezione presidenziale con i suoi seguiti, apparentemente rovinosi senza scampo proprio per il partito che bene o male aveva conquistato la maggioranza relativa in parlamento.

Ad una simile mazzata si è cercato di ovviare varando il governo cosiddetto delle larghe intese, fortemente voluto soprattutto dal Quirinale ma tutt’altro che equiparabile ad un’infallibile panacea, anche se il condottiero del centro-destra l’ha salutato come storica sepoltura di una lunga guerra civile. Indubbiamente, però, la sua nascita ha premiato un Silvio Berlusconi quasi universalmente ammirato per avere resuscitato un PDL in stato comatoso e inflitto invece il terzo smacco consecutivo ad un PD in piena deriva.

Che poi il governo Letta-Alfano fosse privo di alternative immediatamente praticabili dal punto di vista degli interessi, oggettivi e pressanti, del paese può essere senz’altro vero e comunque sostenibile. Non ne consegue tuttavia alcunché di rassicurante riguardo sia alla sua tenuta sia ad un minimo di adempimenti, a cominciare dalla modifica (per assurda che possa suonare nell’attuale situazione una simile priorità) la modifica di un sistema elettorale tanto grottesco quanto pesantemente condizionante.

Su questo sfondo è sopravvenuto quell’autentico colpo di scena che è stata la travolgente affermazione del PD e del centro sinistra in generale nelle recenti elezioni amministrative. Elezioni precedute dalla loro ulteriore perdita di consensi attestata dai sondaggi insieme con l’ulteriore ascesa del centro-destra. Elezioni solo parziali, certo, ma che hanno visto quello schieramento politico trionfare ovunque, dalla capitale tramortita dalle prodezze di Batman alla Siena pur macchiata da quelle di Rocca Salimbeni, dalla Treviso dello sceriffo Gentilini alla Brescia del Trota, dall’Imperia di Scajola alla Sicilia dove in passato era accaduto una volta che i berluscones sconfiggessero la concorrenza per 60 a 0.

Ciò nonostante, a livello sia politico che mediatico, compresi settori dello stesso schieramento vittorioso, è subito partita la corsa al ridimensionamento dell’evento sotto ogni possibile profilo. Un’operazione, del resto, non dissimile da quella precedentemente effettuata nell’interpretare i risultati della consultazione parlamentare di febbraio. Nella quale il partito di Bersani aveva indubbiamente patito una delusione anche cocente (quanto, inutile negarlo, meritata), ma dopotutto aveva perso un terzo dei voti ottenuti nel 2008 contro la metà perduta dal PDL, e insieme ai suoi alleati avrebbe probabilmente potuto governare, con un sistema elettorale meno folle, conquistando meno seggi alla Camera ma di più al Senato.

Di Bersani si è invece parlato a profusione come di un più o meno grande sconfitto, ignorando la legge dei numeri (che in democrazia conta) e non senza il parziale contributo dell’interessato, mentre si è celebrata da ogni parte la straordinaria bravura del suo principale rivale a rovesciare ancora una volta in extremis i pronostici risalendo la china benchè solo rispetto ai sondaggi, non a dati reali, e abbindolando nuovamente la parte più credula dell’elettorato con la promessa di sopprimere l’IMU (la cui introduzione era stata avviata dal suo stesso governo) e stavolta addirittura di restituire il malpagato. Il tutto, comunque, di nuovo senza vincere la gara, come nel 2006, pur soccombendo solo di stretta misura.

Mentre, inoltre, si sottolineava l’ennesima prova dell’incapacità del centro-sinistra di mettere fuori gioco Berlusconi con i voti popolari e senza l’aiuto della magistratura, non si risparmiavano gli elogi per il senso di responsabilità e il  patriottismo dimostrati dal Cavaliere col propugnare e consentire la formazione del governo di grande coalizione. Sorvolando, così, sull’assenza di alternative per il centro-destra e dimenticando che l’inesauribile personaggio, apparentemente orientato a congedarsi dalla politica, aveva repentinamente deciso di scendere ancora una volta in lizza all’indomani di una cocente e forse inaspettata condanna giudiziaria, dando ragione a quella giornalista americana che aveva ammonito a non considerare spacciata l’italica controfigura della “signora grassa che continua a cantare”.

Chissà se Berlusconi sarebbe stato così responsabile e patriottico se dalla lotteria dell’elezione presidenziale fosse uscito vincitore Romano Prodi, la cui candidatura aveva spaventato a morte il PDL. Giustamente, se vogliamo, e non perché il premier dell’Ulivo fosse e sia davvero quell’orco assetato di sangue che la stampa di centro-destra si è affrettata a bollare. E neanche perché si tratta dell’uomo che era riuscito nell’impresa, epica soprattutto per chi non la gradiva, di sconfiggere due volte Berlusconi alle urne. Ma perché la sua candidatura, sostenuta o accettata dalla maggioranza del PD, compreso l’astro nascente Matteo Renzi, piaceva anche ai grillini, e se avesse avuto successo avrebbe, forse se non probabilmente, aperto la strada ad una convergenza governativa tra centro-sinistra e Cinque stelle.

Una possibilità, questa, la cui comparsa veniva tra l’altro a smentire quel sempre diffuso e debolmente contrastato luogo comune dell’incrollabile, quasi genetica preponderanza in Italia del centro-destra, dal momento che il Movimento cinque stelle si dimostrava un’entità sostanzialmente di sinistra (una “costola della sinistra”, come D’Alema aveva definito, meno attendibilmente, la Lega Nord), e sia pure una sinistra alquanto anomala e con vari tratti inediti, a cominciare da un’accentuata aggressività nei confronti del sistema vigente impropriamente bollata dagli altri come “antipolitica”.

La tempra di Berlusconi non è stata tuttavia messa alla prova grazie ai franchi tiratori del PD e con grande sollievo dei “poteri forti” e della stampa ad essi più vicina, visibilmente e palpabilmente timorosi di una sterzata a sinistra del baricentro politico nazionale. La soluzione in chiave di larghe intese del problema governativo, da essi fortemente caldeggiata, li ha almeno momentaneamente tranquillizzati, al punto che anche gli osservatori più seri, da sempre vigili sul classico pericolo che le grandi coalizioni favoriscano la contestazione più radicale del sistema, in Italia appena clamorosamente esplosa, se ne erano un po’ dimenticati.

E’ andata bene anche a loro, in quanto il grillismo, anziché crescere a dismisura, ha cominciato a sgonfiarsi prima del previsto. E’ andata bene ma solo in parte e in modo effimero, perché la sua perdita di incidenza politica e di consensi, per questi ultimi ben più che fisiologica, è stata coronata da un esito delle elezioni comunali che oltre a decimare i Cinque stelle rispetto all’exploit parlamentare ha messo al tappeto anche il centro-destra, riaccendendo un allarme da poco smorzato.

Si è quindi dovuto correre di nuovo ai ripari cercando di ridimensionare e sminuire la riscossa del centro-sinistra col ricorso ad ogni possibile appiglio. Primo fra tutti, l’ulteriore calo dell’affluenza alle urne, ormai così bassa da accreditare l’immagine di una vittoria effettiva di un nuovo ed inedito partito, quello degli astenuti. Un’immagine, in realtà, di puro comodo per quanto suggestiva. Sul significato dell’astensionismo si è detto e scritto di tutto e di più, ma agli effetti concreti non vedo come si possa negare che vince chi ottiene più voti dei concorrenti, specie se sono tanti di più, e non chi diserta la gara. Gli assenti, come si sa, hanno sempre torto, anche se possono accampare qualche buona ragione per il proprio comportamento.

Di recente un nuovo sindaco è stato eletto col 19% di votanti a Los Angeles, che conta cinque volte più abitanti di Roma (e alcuni milioni più di tutta la Lombardia), dove Ignazio Marino ha spodestato Alemanno prevalendo tra il circa 50%. Nessuno, in California e negli USA, ha drammatizzato quella cifra, pur trovando necessario fornirne qualche spiegazione. Se è vero d’altronde che oltre oceano, come anche molto più vicino a noi, le usanze elettorali sono diverse dalle nostre, e altrettanto vero che da qualche tempo la diversità si andava riducendo per causa nostra senza provocare eccessiva nostalgia per i tempi della “prima repubblica”, quando l’affluenza alle urne era regolarmente massiccia ma il voto provocava mutamenti quasi sempre irrilevanti.

Altro appunto, la concorrenza. Sia i grillini sia il PDL, si è detto, sono scarsamente forti e organizzati sul territorio, dove il PD, invece, avrebbe salde radici in quanto erede del PCI e di una parte della DC. Ma come si spiega allora che sia crollata anche la Lega Nord, sempre considerata fortissima sul territorio, e che anni fa il centro-destra abbia invece stravinto certe elezioni regionali costringendo D’Alema a dimettersi da premier? E infine, collegato a questo, l’argomento principe, sulla bocca in particolare (ma non solo) dei berluscones: non c’era in campo il Cavaliere, a differenza di due mesi prima.

Se ne dovrebbe dedurre che la prossima volta, se il centro-destra intende davvero vincere, il suo leader dovrebbe candidarsi in tutti i comuni d’Italia da Roma a Trepalle, assicurando di essere deciso ad amministrarli tutti personalmente (cosa che sarebbe anche capace di dire, quanto meno), anzichè limitarsi a qualche esaltante comizio nei più grossi per sostenere seguaci che da soli, evidentemente, non sono in grado di farcela. La conclusione da trarne non suonerebbe molto lusinghiera neppure per la sua statura di capo supremo.

La conclusione mia, comunque, è che il successo del PD è dei suoi alleati è indiscutibile anche nel suo significato politico, al di là delle rituali e per la verità oziose distinzioni più o meno sottili tra consultazioni nazionali e locali. Ed è tanto più indiscutibile e significativo in quanto colto in una situazione quasi desolante in particolare del maggiore partito di centro-sinistra in fatto di orientamenti strategici e tattici come di comportamenti dei suoi dirigenti o massimi esponenti e di loro interrelazioni.

In altri termini, da un lato non è proprio il caso di interpretare il duplice voto di maggio-giugno come espressione di piena e addirittura straordinaria (date le dimensioni del successo) fiducia dell’elettorato o di una sua parte in quei dirigenti ed esponenti nonchè di approvazione del loro operato, diciamo pure per mancanza o evanescenza dell’oggetto. Dall’altro si può semmai leggervi, in aggiunta alla chiara manifestazione di sfiducia nelle controparti, un corale appello a fare di più e di molto meglio per trarre il paese fuori dalle secche in cui si trova incagliato onorando una vocazione politica e, perché no?, ideologica nella quale evidentemente molti ancora credono malgrado tutto e quasi eroicamente.

Più di un vincitore di singole tenzoni ha dichiarato o lasciato intendere di avercela fatta non grazie al partito ma nonostante il partito. Tra loro anche il più importante o più in vista di tutti, il chirurgo Marino, che ha parlato, opportunamente, di affermazione di valori più che di una compagine politica. Non si tratta di fare rivoluzioni, totali o parziali, come sembra avere capito anche il magistrato Ingroia che abbandona la toga per dedicarsi non più ad una Rivoluzione ancorché civile, visti anche certi risultati, ma ad una più modesta Azione civile. In determinate circostanze, possono promettere ed ottenere effetti rivoluzionari anche solo la difesa e la promozione di valori vecchi e nuovi, specifici di una parte politica o più largamente condivisi.

Franco Soglian