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L’ECONOMIA AFFONDERA’ SENZA LA COGESTIONE

giugno 2013 by:

Prima che ogni abitante del pianeta sotto i cinquantacinque fosse nato, il sottoscritto Porfirio sosteneva -vociando nel deserto, naturalmente- che andava importata  dalla Germania, in piccola misura anche dalla Francia, la Mitbestimmung; che la cogestione era la via obbligata per conciliare capitale e lavoro, sulla distanza aiutando l’uno e l’altro.

Poi esplose il turbocapitalismo e le masse lavoratrici,  guidate alla vittoria dalla superiore intelligenza di sindacalisti, politici, giornalisti, showmen, riccastri, di sinistra tutti, credettero che l’accoppiata alti profitti-alte paghe avesse affossato per sempre la cogestione, così poco congeniale alle contrapposizioni di classe, così estranea alle spavalde tradizioni delle lotte.

Nel mesto oggi si constata che se la Germania delocalizza assai meno di noi è anche perché ha la Mitbestimmung. Trovandosi cogestori e quasi soci dell’impresa, i lavoratori a) aiutano a farla prosperare e dunque niente cortei, fischietti, lenzuola rosse e proteste dalle gru; b) ottengono che la produzione non  traslochi. Noi tardogramsciani, ferri di lancia del sinistrismo dei diritti, campioni di conquiste in odio al mercato, siamo a ululare ogni giorno più forte che la manifattura muore (540 mila posti e 54 mila imprese persi); che la desertificazione industriale avanza (chiudono 40 imprese al dì); che il Nord è sull’orlo del baratro; che i giovani non hanno futuro; che i capitalisti non investono (cretini non sono); che non facciamo politica industriale (quest’ultima, oggi, è il nulla assoluto: vorrebbe interventi pubblici immani con soldi che non esistono, per produrre beni senza mercati; i mercati sono della Cina e degli altri competitori nuovi, capaci in pochi mesi di produrre le cose del Made in Italy a prezzi irresistibili).

In più si deplora che la concorrenza di mezzo mondo non  venga proibita, o almeno costretta ad alzare i prezzi in modo da vendere meno per amor nostro. La solidarietà di classe del nostro sindacalismo non si cura dei miliardi di proletari lontani che oggi si guadagnano il pane,  un tempo no. Ad onor del vero va riconosciuto che i sindacati non sono xenofobi per principio: si infiammano pure se Indesit tenta di trasferire una parte della produzione da Fabriano a Caserta.  I casertani, si sa, sono nemici di classe dei fabrianesi.

Non più rispettabili sono le rivendicazioni di parte padronale. Lo Squinzi che incalza “il Nord è sull’orlo del baratro’ chiede sgravi fiscali quasi impossibili e alleggerimenti normativi e burocratici che richiederebbero decenni. Giulio Anselmi, presidente degli editori di giornali, ha la faccia di unirsi alle centinaia di categorie che invocano soccorsi urgenti. Poveri giornali, non hanno mai ricevuto dal contribuente.

Mai una risposta razionale alla domanda, perché restare in Italia quando all’estero, p.es. nella confinante e avanzata Slovenia, i costi sono una frazione dei nostri?  Farfugli, prediche, imprecazioni. Beninteso nessun proposito di rivoluzione: i rivoluzionari non esistono più. Esistono, sovrabbondanti, i volenterosi dei girotondi, dei cortei, delle primarie, delle manifestazioni, delle mobilitazioni, dei talk shows. La rivoluzione, lo sanno tutti, sarebbe la fine del consumismo e delle villette a schiera col mutuo.

Alla domanda ‘che fare’, non risponde nessuno. Porfirio risponde. Si esiga che le industrie minacciate di chiusura passino a joint ventures tra proprietari e lavoratori. Le indennità di fine rapporto divengano quote sociali, e meglio vada a chi conferisca qualche proprio risparmio. Niente più stipendi, salari, dividendi e scioperi; gli eventuali utili siano ripartiti privilegiando i soci più umili. Le fabbriche in pericolo di chiusura diano ospitalità di fortuna a chi perde la casa. Acquisti e cucine in comune  assicureranno la sussistenza alimentare. Spariscano 9 automobili su 10, e la decima venga usata in comune secondo turni severi. Molte altre rinunce agli stili di vita moderni e borghesi aiutino la sopravvivenza della fabbrica.

Per fare la sua parte, la collettività dovrebbe decidere tagli di spesa imponenti- in primis la miniaturizzazione dei costi della politica e delle Istituzioni, niente più spese militari, diplomatiche e di prestigio tipo il Quirinale. La patrimoniale e altri prelievi straordinari dimezzerebbero la ricchezza privata. Cancellati tutti i ‘diritti acquisiti’, tagli anche su stipendi e pensioni:  prelievi minimi sugli assegni bassi, incrementi rapidi e incisivi al di sopra dei livelli inferiori. In breve, dovremmo dimenticare non solo i lussi, anche le modeste dolcezze di un tempo.

Se nulla di tutto ciò si vorrà, il sinistrismo continuerà il suo mestiere, cioè la darà vinta a Berlusconi, magari eletto al Quirinale invece che associato alle carceri. Senza cogestione  e senza svolte di solidarietà collettiva ci terremo i conseguimenti autolesionistici delle ‘lotte’ e dei diritti. Forse sopravviverà qualche ‘eccellenza’ di nicchia. Ma non è cosa che riguardi le decine di milioni di bocche. Se non avranno pane, mangino a scelta brioches o diritti.

Porfirio