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1920: OCCUPAZIONE DELLE FABBRICHE E SOGNO BOLSCEVICO DI GRAMSCI

settembre 2013 by:

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Cinquant’anni dopo lo sconvolgimento industriale del 1920 -il comitato d’occupazione si installò al tavolo di Giovanni Agnelli- ‘Il Ponte’, mensile fondato da Piero Calamandrei, dedicò le 400 pagine di un numero monografico alla ‘Grande Speranza’, l’insurrezione operaia appunto. Era il 1970, erano ancora vicine le convulsioni e le ubbie scatenate dal ’68 francese, che a sua volta aveva creduto di rivivere la tempesta della Comune parigina, coi suoi centomila morti. Enzo Enriquez Agnoletti, direttore de Il Ponte, scrisse che l’occupazione era stata “la più importante svolta di tutta la nostra storia dopo l’Unità: il tentativo di una vera rivoluzione; l’invenzione di un istituto di democrazia operaia in fabbrica; la coscienza che la rivoluzione è legata a un ordinamento democratico nuovo. Non a caso il centro di questa coscienza è stata la Torino di Gramsci, e anche di Gobetti”.

Per Paolo Spriano l’occupazione aveva mostrato “quali energie sappia suscitare una classe operaia che non si limiti a una lotta corporativa, ma sappia investire una società intera, l’assetto dello Stato, la direzione della produzione”. Per Massimo L. Salvadori “quel momento centrale della lotta di classe in Italia divennne “per il proletariato rivoluzionario un grande momento positivo della propria storia, una grande speranza e una grande promessa (…) Mise concretamente in discussione il potere della borghesia  nel luogo dove più totale ed essenziale è questo potere”. Valerio Castronuovo ricordò che Giovanni Agnelli arrivò ad offrire di trasformare in cooperativa la Fiat. Secondo Gino Olivetti, allora leader politico degli industriali, i Consigli operai a Torino “nascevano da un intimo e indissolubile rapporto con gli obiettivi di rivoluzione sociale additati dalla Russia bolscevica”. E’ consenso pressocché unanime che i fatti del settembre 1920 convinsero gli industriali e tutto il padronato, “dopo una fase di estremo sconforto”, a puntare sul fascismo e a farlo  vincente.

Ma veniamo al cervello dell’occupazione, Antonio Gramsci. Non si fece vere illusioni. Tuttavia inneggiò -era prossima la nascita del Partito comunista d’Italia- alla Rivoluzione: allo stesso modo Marx aveva esaltato la Comune di Parigi, pur sapendo in anticipo la sua disfatta (i comunardi erano pochi e quasi solo parigini).

“Domenica Rossa” si intitolò lo scritto di Gramsci sull’Avanti (edizione torinese) il 15 settembre 1920. Esordiva: “Gli scrittori della classe borghese si torcono dalla rabbia. Ciò che gli operai hanno fatto ha un’immensa portata storica: E’ diventata una necessità lo studio e l’organizzazione della violenza. Ogni fabbrica occupata è una repubblica proletaria ‘il cui primo problema è quello della difesa militare” (…) La molteplicità delle repubbliche proletarie non sarà portata necessariamente a confederarsi,  a contrapporre un suo potere centrale allo Stato borghese?  Il problema di costituire il Soviet urbano si pone concretamente alla classe operaia. Se nasce, deve avere una forza armata (…) Oggi domenica rossa degli operai metallurgici deve essere costituita, dagli operai stessi, la prima cellula storica della rivoluzione proletaria”.

Diciannove giorni dopo, il 4 ottobre, a occupazione fallita, il Lenin cagliaritano-torinese, guida degli ordinovisti e presto dei comunisti, anticipava la sicura sconfitta proletaria al referendum -per lui spregevole- che chiamava gli operai ad approvare o respingere la fine dell’occupazione delle fabbriche.  Malediva il Nostro: “La forma del referendum è squisitamente democratica e antirivoluzionaria; serve a valorizzare le masse amorfe della popolazione, a schiacciare le avanguardie che dirigono e danno coscienza politica a queste masse. Le avanguardie del proletariato non devono quindi demoralizzarsi per queste risultanze del movimento rivoluzionario. Il proletariato è uscito ingrandito nell’estimazione pubblica, mentre ancora di più ha mostrato la deficienza e l’incapacità del capitalismo. La situazione politica così creatasi ha posto definitivamente il proletariato come classe dominante. Essa è una molla che irresistibilmente spinge alla conquista del potere”.

Con proclami così, avrebbe potuto il movimento dubitare d’aver trovato la via isolano-piemontese alla Rivoluzione d’Ottobre?  “Tutti gli stabilimenti torinesi in potere degli operai” aveva annunciato l’Avanti del 2 settembre, con foto dei cancelli sbarrati e delle Guardie rosse coi fucili spianati agli stabilimenti Stucchi di Milano; degli operai sui tetti della Lancia, con armi rudimentali e fari con cui di notte esploravano il terreno circostante. Ancora foto: il consiglio di fabbrica della Fiat installato sl tavolo di Agnelli. A Roma, locomotive con drappi rossi e  ferrovieri armati che scioperavano per solidarietà. I ferrovieri erano mobilitati dalla primavera in difesa della Russia bolscevica attaccata militarmente dalla Polonia e dal Giappone. In particolare avevano bloccato o tentato di bloccare la partenza o il transito di cannoni e altri materiali bellici italiani destinati alla Polonia.

Una nave in costruzione in Liguria era stata ribattezzata ‘Lenin’ dalle maestranze del cantiere. I disegnatori dei giornali di sinistra innalzavano sulle ciminiere industriali falci e martelli e vedette bolsceviche. Didascalie come ‘Il fucile sulla spalla dell’operaio è la sola garanzia contro il terrore bianco’. Mentre nelle campagne, dal Mezzogiorno alle cascine della Padania, la lotta dei contadini infuriava dal ritorno dei reduci della guerra, lo scontro di classe nelle industrie trovava i momenti più accesi, oltre che in Piemonte, nei cantieri liguri (dove le Guardie rosse erano inquadrate militarmente), nella siderurgia toscana, nelle manifatture lucchesi.

Non va passato sotto silenzio il conflitto rabbioso tra i comunisti di Gramsci e i socialisti massimalisti da una parte, i capi del sindacalismo CGL -Buozzi e d’Aragona- dall’altra. Gramsci assaliva senza mezzi termini i ‘politicanti del mandarinismo sindacale’: avevano lanciato le masse operaie nella lotta armata dimenticando di fornire loro le armi, “di mettere la classe operaia in grado di impegnare la lotta a sangue”. A Lecco le maestranze si erano fatte sequestrare 60.000 petardi che avrebbero costituito un discreto armamento “e poi, convulsi e pazzi di terrore, domandavano quattro mitragliatrici per armare Milano”. Altri vituperi ai ‘funzionari confederali’: “Quando si trovarono innanzi il grandioso sommovimento rivoluzionario provocato dalla FIOM, cercarono di scaricare su qualcuno la responsabilità della loro cieca imprevidenza, impreparazione, inettitudine”.

Il Lenin isolano moltiplicava le perforanti intuizioni: “Mezzo secolo fa la classe operaia era ancora, secondo Marx, un ‘sacco di patate’. Oggi è la classe industriale che è diventata un sacco di patate, un aggregato di inerti e di imbecilli, senza capacità politica. Le classi medie si accostano al proletariato, una classe giovane e piena di energia in cui è contenuto il destino della civiltà e dello sviluppo umano”. Per la verità in quei giorni Luigi Einaudi definiva gli occupatori delle fabbriche ‘gli Unni nel tempio della civiltà’. E Salvemini: “Gli operai furono messi di fronte al fatto, amaro a riconoscersi, che la loro fatica manuale, aggiunta ai macchinari, non bastava a produrre ricchezza”.

Dalla pensata di Gramsci di lanciare da Torino la rivoluzione bolscevizzante sono passati 93 anni. Il comunismo è morto, schiacciato dai suoi errori come dai suoi crimini, gappismo partigiano compreso. La società del benessere prima, la globalizzazione poi hanno cancellato il proletariato, mettendo al suo posto la fascia bassa della classe consumatrice e proprietaria. Quelle che furono le organizzazioni politiche della lotta operaia -massimalisti, comunisti, anarchici- si sono nanizzate, svuotate di senso e rese ridicole dal fatto d’essere entrate nella coalizione pancapitalista, idolatrice del Pil e satellizzata agli USA. Ciò che resta della causa del popolo si è ridotto alla nicchia piccolo-borghese dei ‘diritti’, al giacobinismo lillipuziano dei fan del duo Boldrini-Rodotà.

A questo punto è certo ingeneroso ironizzare sugli aneliti bolscevichi del 1920, ermeneutici del fascismo. Tuttavia dai fatti reali non si può prescindere: Antonio Gramsci predicò troppe scempiaggini. Se la costituzione gracile non l’avesse fatto morire in carcere a 46 anni, la riverenza per lui degli intellettuali d’ogni colore, specie quelli da premi letterari estivi, risulterebbe semplice feticismo. E sotto la testata ‘Unità’ si toglierebbe quel rigo autolesionista ‘Quotidiano fondato da Antonio Gramsci’. Nel Fondatore troppi abbagli,  troppa e petulante infatuazione per i fucili dell’Armata Rossa.

Antonio Massimo Calderazzi