Home » Corral

GRANDE GUERRA: NESSUNO SCRITTORE TEDESCO LA ODIO’ COME KARL KRAUS

settembre 2013 by:

Secondo Elias Canetti, premio Nobel 1981, K.Kraus è stato il massimo scrittore satirico in lingua tedesca. E con il lavoro di tutta una vita Kraus sembrò voler confermare la definizione che dello scrivere satirico fece l’ebreo tedesco Walter Benjamin: “La satira letteraria è il sembiante con cui il cannibale è stato accolto nella civiltà”. Benjamin era oppresso più del normale dai pensieri di cannibalismo e di morte se, rifugiatosi in Spagna per salvarsi dai nazisti, si suicidò nel 1940 all’avvicinarsi ai Pirenei della Wehrmacht annientatrice della Francia.

Ma Kraus era il contrario del cannibale, uomo-animale che uccide per mangiare come uccidono lupi, iene e topi di fogna. Le 792 pagine della sua opera maggiore, Gli ultimi giorni dell’umanità, attestano in lui l’egemonia di un ethos interamente proteso contro il male. Il male assoluto, che in Europa trionfò nel 1914, fu una guerra da 10 milioni di morti, scoppiata 99 anni fa perché i popoli che Kraus avrebbe voluto salvi erano schiavi di padroni crudeli chiamati Patriottismo, Orgoglio nazionale, Sudditanza alle tradizioni e ai governanti, Credulità.

L’edizione definitiva (1926) di Die Letzten Tage der Menschheit si apriva e si chiudeva con due emblemi. Il primo, la fotografia di due vezzose principesse reali -Vittoria Luisa di Hohenzollern figlia del Kaiser Guglielmo II, e Cecilia di Mecklemburgo-Schwerin- nelle finte uniformi di colonnelle onorarie di altrettanti reggimenti d’élite. Una col colbacco degli Usseri testa-di-morto, l’altra coll’elmo chiodato prussiano; entrambe in gonna all’amazzone e frustino. La follia dei tempi voleva non solo che milioni di uomini si facessero dilaniare dalle cannonate e dalle mitragliatrici, ma che lo facessero inneggiando a sovrani e a statisti appaltatori della patria; e che si beassero delle leggiadre colonnelle onorarie, in altri tempi destinate alla ghigliottina o ai plotoni d’esecuzione. Il belletto muliebre e monarchico alla carneficina era il sommo  dell’oltraggio.

Il secondo degli emblemi scelti da Kraus era la forca che aveva appena ucciso Cesare Battisti, col cadavere, il boia allegramente soddisfatto e un capannello di sudditi imperiali e regi in stolido appagamento patriottico.  “La vita va avanti. Più del lecito” annotava Karl Kraus. E sosteneva: “Per mantenere il suo prestigio la Duplice Monarchia avrebbe dovuto suicidarsi prima del quadriennio infernale 1914-18”.

Il nostro celebrato saggista Roberto Calasso, insolitamente savio per essere un mattatore del lavoro culturale, coglieva l’occasione dell’edizione Adelphi de Gli  ultimi giorni dell’umanità per ricordare A) che nel 1914 persino il grande Thomas Mann si attese che la guerra generasse  “l’abbandono delle mollezze della pace e il ritemprarsi

dell’essenza germanica conculcata dai popoli affaristi”;  B) che il pizzo di Lenin era altrettanto da odiare quanto i baffi all’insù del Kaiser germanico; C) che agli aristocratici ardori guerrieri di Ernst Junger (Tempeste d’acciaio) Kraus opponeva la ‘democrazia della morte’, livellatrice dei combattenti; D) che la “orrenda colomba della pace” regalata da Picasso a Stalin era altrettanto abietta quanto il logo del nazismo; E) che Bertolt Brecht, col suo tentativo di trasfigurazione estetica del sovietismo, finiva col “provocare un certo ribrezzo: come le tragedie di Voltaire che tutti conoscono e oggi nessuno osa leggere”. Il teatro di Brecht, incalzava Roberto Calasso, “appartiene a quelle invenzioni letterarie che sposano per amore il lato mediocre dell’intellettualità di un’epoca, e con essa colano a picco”. Un’ultima frecciata di Calasso andava a quegli accademici americani che per capire Kraus ‘brucano the Austrian mind”.

Tentare di raccontare le ferocie a fin di bene di Karl Kraus è come contare i granelli di sabbia del deserto e le stelle del cielo. Dal “vuoto abissale del volto azzimato e charmant del conte Poldi Berchtold” (ministro degli esteri di Vienna, fu uno dei peggiori responsabili del suicidio austriaco del 1914), all’iniziativa di Kraus di inserire nella sua rivista Die Fackel -tra il 1911 e la morte venticinque anni dopo Kraus la redasse da solo- il programma “Reklamefahrten zur Hoelle” (Gite pubblicitarie all’inferno). Il programma del viaggio turistico a Verdun vantava che “forse un milione e mezzo di uomini sono morti lì, e non c’è un centimetro quadrato di terra che non sia stato sconvolto dalle granate”. Ecco le prospettive del viaggio:

Partite col rapido II classe da Basilea. Pernottate in primario hotel, servizio e mance compresi. Fate una ricca prima colazione. Traversate i giganteschi cimiteri. Visitate le trincee e gli ossari. Costeggiate il Ravin de la Mort. Pranzate nel migliore albergo di Verdun.

La Grande Guerra fu l’orrore cosmico, ‘il conflitto del mondo contro Dio’. Registi di teatro famosi come Reinhardt e Piscator tentarono invano di convincere Kraus a permettere la messa in scena degli Ultimi giorni dell’Umanità. La tragedia era troppo dolorosa da poter essere rappresentata in alcun teatro fisico. Semmai avrebbe dovuto sorgere un teatro stabile e speciale, dedicato solo alla sua opera. Alla fine prevalse il malanimo delle sinistre europee nei confronti di Kraus: aveva appoggiato il cancelliere Dollfuss che aveva represso coll’artiglieria l’insurrezione operaia del febbraio 1934. Gli ultimi giorni dell’umanità furono dimenticati; portati sulle scene solo nel 1964.

I personaggi azzannati con più rabbia da Kraus sono in prima linea i sozzi criminali che hanno voluto la guerra. Però il Nostro non dimentica i pescecani che si arricchiscono sulla carneficina, gli imbonitori del patriottismo, i fornitori militari, i cortigiani che a Vienna tengono il sacco ai militari, i borghesi piccoli piccoli che vivono per obbedire. Karl Kraus morì nel 1936, in tempo per riuscire a non vedere gli ultimissimi giorni dell’umanità, tra il 1939 e il ’45. E a non vedere i giorni che seguirono, quando mastodontici bombardieri Usa erano costantemente in volo per sventare attacchi immaginari con armi nucleari.

Il cannibale-per-amore che mise in croce a migliaia i diplomatici, i marescialli e i ciambellani dell’impero che Musil chiamò Kakania (dalle auliche iniziali k. und k., in tedesco ‘imperiale e regio’; ma l’allusione intestinale c’era) avrebbe fatto di peggio con gli omologhi italiani d’oggi degli statisti che sembravano brava gente, e invece decisero la Grande Guerra.  Eminente tra tali omologhi l’Inquilino del Quirinale, quello che ha promosso a ‘guerra giusta’ l’impresa coloniale americana nell’Afghanistan. Però non è certo che i denti dell’antropofago Karl Kraus taglierebbero la corazza pachidermica con cui gli  usurpatori di casa nostra si proteggono. La corazza la forniscono gli ebeti che nelle urne votano i loro oppressori/rapinatori.

A.M.Calderazzi