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I GIORNALISTI DIVINIZZARONO IL DUCE ANCHE A NOME DEI COLLEGHI D’OGGI

settembre 2013 by:
benito

“Tra il 1925 e il ’40 gli italiani furono, se non proprio fascisti, quasi tutti mussoliniani. Fu necessaria la tragedia di una guerra perduta per trasformare il Duce d’Italia, fino allora potente come un monarca e infallibile come un papa, nel cav. Benito Mussolini. Non erano le cartoline precetto, come piace lasciar credere oggi, a radunare in piazza le folle oceaniche. Il fascismo e il mussolinismo affondavano le radici in un humus profondo”.

Dino Biondi, professionista di lungo corso della carta stampata, premetteva queste  righe a un suo volume La fabbrica del Duce, ed. Vallecchi, di cui il francese Jean-Francois Revel scrisse: “Non avevo mai letto prima un libro che restituisse così bene il clima eroicomico, un po’ folle, così misteriosamente buffo e grandioso, che ha caratterizzato l’era mussoliniana”. E nella loro Storia del fascismo Salvatorelli e Mira rilevarono che l’esaltazione del Duce “non era tutta finzione e adulazione, ma rispondeva a un’effettiva infatuazione popolare”.

Noi qui cogliamo, dalla vasta congerie di articoli della stampa nazionale raccolta da Biondi, alcune citazioni sintomatiche dell’idolatria mussoliniana. Lo facciamo per ricordare alle grandi firme democratiche d’oggi quello che avrebbero scritto se fossero vissute nell’Era Fascista. E quello che scriveranno il giorno che un altro duce potrà prendere il potere, applaudissimo dalla maggior parte della nazione, stanca fradicia della democleptocrazia. Coll’occasione richiamiamo il fatto che il 29 marzo 1911 il Corriere della Sera, a firma Luigi Einaudi, aveva auspicato “nuovi selvaggi da mettere al posto dell’attuale degenere classe politica”. Più di un secolo dopo, i ‘selvaggi’ non ci servonovolte di più?

In occasione del trasferimento del Duce a palazzo Venezia, il Corriere della Sera così descrisse una giornata del Nume: “Dalle 9 del mattino alle 24 Egli lavora, e porta nel lavoro il fervore della sua fede e il segno del suo genio, che ha messo al servizio della Patria. Il  Duce  legge tutto. Non v’è pubblicazione, italiana o estera, che non conosca; non v’è movimento politico o letterario che non segua; non v’è articolo o semplice notizia di cronaca che gli possa sfuggire. Tutto il mondo gli appare, inquadrato nella potenza irresistibile del suo genio. A un gerarca ha detto: “Non sai che leggo ogni giorno 350 quotidiani?”.

Il 7 novembre 1938 il sommo Corriere della Sera pubblica il reportage di una visita del DUCE (da tempo per Lui meglio usare le maiuscole), firmato Guido Piovene: “Questo è il racconto di un’apparizione di Mussolini, fulminea come tutto quello che è suo. Si pensa con sgomento a Mussolini solo, in un luogo qualunque ignaro della sua presenza, e vede che tutto parla di lui, tutto è storia sua, mito suo. Dai muri gli parla un suo detto, con la sua firma imperiale; lo incita la sua parola di un momento fatale. Credo che il DUCE, vedendo come l’Italia sia piena della sua opera tangibile e porti scritto da lui tutto il proprio futuro, debba provare travaglio più che riposo, quasi sopraffatto dalla propria grandezza”. In un’altra occasione Piovene scriverà che “Mussolini è più prossimo a Pascal che a Mazzarino” e che “la sostanza  dell’uomo e la sua politica sono sempre poesia”.

Il 22 novembre 1942, quando la guerra si mette al peggio, il Corriere della Sera deplora i cuori deboli che si sfilano il distintivo: “Anche in tempi normali il distintivo del Partito Nazionale Fascista va considerato quale segno di ferma opinione politica; ma oggi, in modo particolare, esprime tutti i migliori sentimenti del cittadino italiano e fascista. Eppure v’ha taluno che non sente questo orgoglio e toglie dall’occhiello questa piccola e pur così grande insegna di una fede!”.

Pochi mese dopo arriva il 25 luglio e il popolo compatto, guidato dalla grande stampa e dagli intellettuali alla Piovene (solo un pugno di professori aveva declinato di giurare al Regime) si ricrede sul DUCE. Nel Ventennio quegli intellettuali non hanno smesso un istante di agognare libertà e democrazia. I migliori, capeggiati da Togliatti e in sott’ordine da Giorgio Napolitano, le hanno invocate e ricevute da Giuseppe Stalin.

Porfirio