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CAGLIARI PRIMO PASSO FALSO DI BERGOGLIO

ottobre 2013 by:
Udienza generale di Papa Francesco

Quando, al suo primo numero, Internauta invocava un ‘Papa rivoluzionario’, ciò appariva o blasfemo o ludico. Oggi Bergoglio viene comunemente qualificato “rivoluzionario”. Lo chiama così anche ‘l’Unità’, giornale che di rivoluzioni si intende:  magari naufragate, come quella mille volte annunciata da Antonio Gramsci e debitamente naufragata, in quanto ‘della classe operaia’, classe esigua e non amata dagli operai.

Ma non è rivoluzionario bensì passatista, ciò che giorni fa il papa è andato a dire a Cagliari, capitale di un’isola in cassa integrazione e peggio, disastrata dall’ubbia dell’industrializzazione senza mercati. Ha scandito fervidamente ovvietà che gli esuberi isolani, come tutti gli altri, si sentono dire innocuamente da altari e da pulpiti: che chi perde il lavoro perde la dignità; che il lavoro è sacro; che i dipendenti di tutti gli opifici e di tutte le miniere devono lottare; che Gesù è dalla loro parte; e così via. Solidarietà Dignità Valore della persona Valore della lotta Gesù aiutaci a lottare Coraggio non lasciatevi rubare la speranza: tutte parole irrilevanti. Parole.

Folle di proletari estromessi dal sogno piccoloborghese della casa col mutuo, mogli e bambini dei transfughi dalla pastorizia, ascoltavano con le gole serrate e gli occhi di lacrime; e certo ci commuovevano. Nelle atmosfere religiose giuste, nelle dolcezze struggenti della liturgia (laici e atei non le conoscete) un umile parroco basta a creare pathos: e questo era il Pontefice. Ma il pontefice venuto dal futuro non ha detto le parole di verità e di azione che i sardi, come molti di noi, attendevamo da Lui, non da altri.

Il rivoluzionario Francesco doveva, dovrà, annunciare che la Chiesa metterà all’asta metà dei palazzi vaticani e non, delle partecipazioni azionarie, degli arcivescovadi più o meno sontuosi, delle opere d’arte oziose; e distribuirà il ricavato tra i poveri di Sardegna, d’Africa, del mondo che soffre. Che gli edifici per i quali non si troveranno subito i compratori daranno ospitalità – con le dovute precauzioni e sì, disinfestazioni- ai miseri e agli sfrattati per morosità. Che dovunque la Chiesa bergogliana riesca a soccorrere, i bambini non conosceranno la fame, avranno scarpe. Sono cose che il papa, più o meno esplicitamente, ha promesso a un mondo stordito dalla novità scandalosa voluta dal Vangelo. Le faccia. Lasci cadere le unzioni alla cagliaritana, producono solo struggimenti brevi.

A Cagliari Francesco ha una volta di più scagliato anatemi contro “un sistema economico che ha al centro un idolo, il denaro. Comandano i soldi!”. Splendido, per chi di noi rimpianga la povertà solidale del cristianesimo delle origini, chissà forse anche del futuro. Peccato che gli elmetti minerari del Sulcis rimpiangano i salari un tempo erogati dal sistema idolatrico del denaro. In ogni caso gli anatemi cagliaritani a vanvera li sentiamo da sempre, noi che andiamo in chiesa.

Quando il Risanatore del cattolicesimo, anzi del cristianesimo intero, compirà azioni duramente concrete, al posto delle parole e dei gesti? Per esempio un’enciclica denunciante come non cristiani quei benestanti che non mancano un solo precetto ma alla carità destinano le più piccole tra le briciole. Che, morendo senza figli, dimenticano l’antico dovere di lasciare ai poveri e invece beneficano pronipoti e procugini, magari facoltosi, detestabili e vecchi, perché il patrimonio resti in famiglia.

Quando il Risanatore, il quale conosce alla perfezione la nefandezza -secondo il Vangelo non secondo la Compagnia di Gesù- del crimine di nepotismo, proclamerà per esempio che i patrimoni della nobiltà nera, a Roma come altrove, sono delittuosi perché prodotti dal saccheggio dei beni andati alla Chiesa per guadagnare il perdono dei peccati; e dunque quei principi romani che discendono dai parenti e dai figli dei papi dovrebbero espiare?

Solo un esempio. Quando, per farla breve, il papa gesuita-ma-francescano aprirà la rivoluzione delle cose, non dei gesti? Manco a dirlo, chi scrive è praticante, detesta il laicismo, preferirebbe una teocrazia 2.0 alla mezzadria dei plutocrati e dei naufraghi dello stalinismo. Avanza riserve su Bergoglio perché lo spererebbe capo e maestro come Mosé, invece che coniatore di formule da PR, public relations.

l’Ussita