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UN PAPA DISTANTE DALL’EUROPA, MA QUALE?

novembre 2013 by:

Che fa papa Francesco? Fa e (per il momento) soprattutto dice molte cose, che riscuotono finora molti consensi e non pochi entusiasmi, di vario colore, un po’ dovunque. Fra i prevalenti applausi cominciano però ad affiorare anche dubbi, perplessità e non celate preoccupazioni. E’ il caso di Angelo Panebianco, columnist di punta del “Corriere della sera”, che giorni fa ha sentito la necessità di avvertire che qualcosa di preoccupante, appunto, sta avvenendo nella Città del Vaticano. Non per quanto riguarda il mondo cattolico e i suoi problemi interni, un terreno sul quale l’eminente politologo non si addentra perché, precisa, chi a quel mondo non appartiene può solo osservare “con rispetto” i tentativi del nuovo pontefice di riformare la Chiesa di Roma.

Non così, invece, per ciò che concerne il rapporto del pontefice con l’Europa, che interessa tutti gli europei al di là dei credi religiosi e di ogni miscredenza. Perché sarà anche vero che la Chiesa cattolica, come del resto altre, sta perdendo colpi soprattutto nel vecchio continente. Però il fatto che il papa non abbia divisioni da schierare sui campi di battaglia, come gli rinfacciava Stalin, non toglie che la sua voce non predichi nel deserto benchè insufficiente, da sola, a cambiare il mondo. La pensa così, evidentemente, l’attuale numero uno del Cremlino, Putin, che a quanto risulta ci teneva molto all’abboccamento che ha avrà in Vaticano tra qualche giorno..

L’evento, di per sé non memorabile, mette in allarme Panebianco. Il quale ignora, come tutti, che cosa i due potranno dirsi nei previsti tre quarti d’ora di tempo, ma sa bene, come tutti o quasi, a che cosa il colloquio fa seguito. L’hanno infatti preceduto sia la proposta russa riguardo alle armi chimiche di Bashar Assad che, accolta dagli Stati Uniti, ha consentito di scongiurare il ventilato intervento militare americano nel conflitto in Siria, sia il vibrante appello rivolto a Barack Obama, allo stesso scopo, dal successore di Pietro.Una spettacolare convergenza di posizioni, insomma, tra l’esponente più in vista della cristianità e il capo di un regime che ha preso il posto di quello sovietico non senza ostentare elementi di continuità con esso.

Che si sia trattato di una convergenza significativa e rilevante sotto vari aspetti non si può negare. Che preluda a chissà quali ulteriori sviluppi appare invece alquanto improbabile, tenendo conto se non altro del carattere autoritario e repressivo del regime di Putin, benchè chiamato adesso ad assumere particolari responsabilità in sede ONU per la tutela dei diritti umani, insieme ad altri di per lo meno dubbia idoneità. Per lo stesso motivo dovrebbe rivelarsi problematico anche l’avvicinamento tra la Santa Sede e il patriarcato ortodosso di Mosca, oggi più strettamente legato che mai allo Stato russo.

La convergenza comunque c’è stata e l’autorevole collaboratore del primo (o secondo) giornale italiano ne è rimasto seriamente impressionato pur cercando di contenere l’allarmismo. Il giudizio suona comunque severo. Non solo il pontefice si è “trovato in piena sintonia” con l’uomo del Cremlino contro gli Stati Uniti e la Francia. Non solo ha spinto la sua “polemica” fino ad ipotizzare che la guerra civile in Siria sia alimentata dai venditori di armi, soprattutto occidentali, assetati di profitti. Avrebbe così messo a nudo “un’inattesa distanza” dall’Europa, come recita il titolo dell’articolo, peraltro un po’ contrastante con un testo che descrive un personaggio formatosi in una terra con “una tradizione lontanissima da quella dell’Europa liberale”, un figlio di quel mondo extraeuropeo in cui la Chiesa si espande mentre nel vecchio continente deperisce, per cui non si dovrebbe parlare di sorpresa più o meno amara.

Ora si potrebbe innanzitutto obiettare che i mercanti d’armi assetati di sangue sono naturalmente anche europei, chissà quanto liberali o liberisti, e tra di loro spiccano oggi come ieri anche quelli russi, sicuramente amici di Putin con il quale Bergoglio fraternizzerebbe. Ma, ben al di là di questo dettaglio, di quale mai Europa parla, o sogna, nella fattispecie Panebianco? Una diecina d’anni fa, se non ricordo male, egli non mancò di figurare tra i corifei della “nuova Europa” esaltata da George W. Bush perché contrapposta a quella “vecchia” di ben noti illiberali come Jacques Chirac e Gerhard Schroeder, ostili (già in compagnia di Putin) alla seconda invasione dell’Irak sostenuta invece da statisti giovani e illuminati come Tony Blair, Josè Maria Aznar e Silvio Berlusconi.

Anche allora tra i complici di Putin si poteva annoverare Giovanni Paolo II, il papa polacco di sicura fede anticomunista (benchè lanciatosi dopo il trionfo sull’ “impero del male” in una forte denuncia dei mali del capitalismo) che non esitò a tuonare contro una nuova guerra ben presto rivelatasi priva di qualsiasi ragionevole giustificazione, benchè ne fossero state addotte tre, una dopo l’altra, cercandone una plausibile. Alla guerra comunque si andò, la vittoria della “coalizione dei volonterosi” fu rapida e facile ma i seguiti sono, oggi più che mai, sotto gli occhi di tutti.

Saddam, tiranno non peggiore di tanti altri (e sotto alcuni aspetti migliore) venne tolto di mezzo ma il suo paese fu devastato e dilaniato, il numero delle vittime civili enorme e di gran lunga superiore a quello dei combattenti caduti da entrambe le parti, un potere statale reso precario da inarrestabili conflitti etnico-religiosi e dal terrorismo cronico, la causa degli estremisti di Al Qaeda rafforzata in tutto il Medio Oriente e nel mondo arabo. Premuto dalla propria opinione pubblica, il governo di Washington si è visto costretto a ritirare sia pure gradualmente le truppe di occupazione rinunciando all’obiettivo, chissà quanto sincero, di instaurare la democrazia e la pace sulle rive del Tigri e dell’Eufrate.

Un esito largamente analogo (e non dissimile da quello della precedente operazione sovietica) sta avendo l’invasione dell’Afghanistan, pur legittimata in qualche misura dall’attacco alle Torri gemelle patrocinato o coperto dal regime talebano di Kabul. Un esito, se si vuole, persino più vicino ad una vera e propria resa al nemico, dal momento che il ritiro del corpo di spedizione della NATO avviene previe trattative o quanto meno sondaggi con gli stessi talebani o una parte di essi, e peraltro accompagnato da schiarite nei rapporti con l’Iran, forse recuperabile per un costruttivo dialogo con l’Occidente.

Malgrado simili esperienze, l’Europa giovane o vecchia si è lasciata tentare dal riprovarci con la Libia, stavolta addirittura nel ruolo di promotrice grazie (se così si può dire) all’iniziativa franco-britannica e solo o quasi con l’incoraggiamento degli Stati Uniti, ormai in fase di revisione delle proprie abitudini. Il risultato non è cambiato. Un altro dittatore, forse ancor meno pericoloso, ormai, per il mondo che per il proprio popolo, è stato eliminato, ma l’intervento militare “umanitario” in piena guerra civile ha contribuito a gettare il paese nel caos e in un’anarchia dalla quale, dopo due anni, non accenna ad uscire, con conseguenti incognite anche circa gli approvvigionamenti petroliferi per la cui sicurezza, secondo alcune versioni, era stata avviata l’operazione.

Con la crisi siriana, finalmente, l’accumularsi delle lezioni sembra avere dato i suoi frutti. Le tentazioni si sono ripresentate ma sono state in un modo o nell’altro respinte. Col favore, certo, dei dubbi e delle titubanze americane sfociati nella pronta adesione di Obama alle proposte russe per scongiurare l’intervento, tenendo conto dell’assodata contrarietà popolare e di quella quasi certa del Congresso. Dopo la bocciatura inflitta dalla Camera dei comuni alle recidive velleità bellicose di David Cameron, a coltivarle è rimasta la sola Francia del socialista Hollande, eletto a furor di popolo come radicale alternativa allo screditato Sarkozy ma inopinatamente rivelatosi anch’egli un aspirante guerriero,  riuscendo a rendersi ancor più impopolare del predecessore gollista.

La Germania ha tenuto fermo il suo no ad impegni militari dopo la partecipazione alla missione afgana mentre la Spagna, già ritiratasi per prima dall’Irak, aveva e ha ben altro cui pensare. Quanto all’Italia, che aveva collaborato in secondo piano all’intervento in Libia tra le lacrime di coccodrillo di Berlusconi per la pugnalata nella schiena all’amico Gheddafi, il governo delle Larghe Intese ha avuto almeno il merito di escludere sin dall’inizio anche solo un eventuale bis in Siria. La “giovane” Europa ex comunista, infine, che si era per lo più meritata gli elogi di Bush assecondandolo contro l’Irak, questa volta è rimasta molto più sulle sue.

Vecchia o giovane, insomma, il grosso dell’Europa sta ravvedendosi, con qualche eccezione forse effimera. E’ da questa Europa che Angelo Panebianco accusa papa Francesco di prendere le distanze? Evidentemente no. Dev’essere un’altra Europa che lui rimpiange e di cui sogna il ritorno, un’Europa la cui fedeltà ai valori occidentali, che dichiara di avere a cuore, si debba misurare sull’adesione o meno, che so, alla linea del Tea Party americano, indicata recentemente da un altro guru del nostro giornalismo, Giuliano Ferrara, come modello da seguire per trarre l’Italia fuori dalle secche. Che almeno questo ci venga risparmiato.

Franco Soglian