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L’ITALIA NON E’ PIU’ LA GRANDE PROLETARIA MA LETTA FA BENE A NON FIDARSI

dicembre 2013 by:

Precisi centodue anni fa Giovanni Pascoli, il vate dell’Italia sottonutrita e tubercolotica, tenne un’orazione al teatro di Barga, in Garfagnana, dove oggi dorme il sonno eterno. Titolo: “La Grande Proletaria si è mossa”. Il testo è nelle antologie. L’illustre successore di Carducci nella cattedra di letteratura a Bologna additava le promesse dell’impresa libica per i connazionali poveri. Forse erano promesse ingannevoli. Però nella fase in cui le potenze ultime arrivate dovevano avere colonie, la conquista l’aveva voluta -e realizzata: Bush Jr non ce l’avrebbe fatta- un governante serio, Giovanni Giolitti. Chissà, se fosse riuscito a tenerci fuori di quella Grande Guerra che rifiutava, non solo avremmo evitato   il fascismo e il secondo conflitto mondiale, ma ci saremmo tenuti la Libia dove forse avremmo finito col trovare il petrolio.

Quel 26 novembre 1911 Pascoli lanciò una caratterizzazione dell’Italia, ‘la Grande Proletaria’, che avrebbe attecchito. Il proletariato non l’avevano inventato Marx ed Engels. Nella Roma di Servio Tullio era l’ultima delle classi sociali, quella che possedeva solo prole. Anche Lord Byron ci aveva chiamati la Gran Proletaria.

Oggi che Pascoli e Byron ci definirebbero la Grande Monoproprietaria, oppure Gran Condòmina, il potenziale insurrezionale che è implicito nella nozione di proletariato è fatto per crescere, non diminuire. Possedere in condominio costa sempre di più. I condòmini possono farsi cattivi. Quelli italiani devono mantenere con le tasse milioni di connazionali: i troppi dipendenti pubblici, i politici tutti ladri ed estortori, i pascià della burocrazia in pensione e le loro vedove, i minatori del Sulcis, i metalmeccanici di Irisbus, gli autisti dei trasporti urbani, le maestranze,  quadri e  manager delle aziende che chiudono ogni giorno dell’anno. Che farà la Gran Condomina, titolare di prima casa, quando le imposte aumenteranno troppo?

Alla domanda ha risposto giorni fa dalla Germania il Presidente del Consiglio: “Se aumentiamo le tasse Grillo arriva al 51%”. Chissà, forse il 51% è troppo. Ma quando dovessimo, doverosamente, garantire il pane a un paio di milioni in più di famiglie senza reddito, nonché far fronte a “enne” impegni nuovi, magari da riscaldamento del clima, un 33% a Grillo sarebbe verosimile: Verosimile un altro 33% a Matteo Renzi, e saremmo a due terzi dello Stivale che non ne possono più. Renzi non minaccia gli sfracelli delle 5Stelle, però qualcosa di grosso dovrebbe farla, in alleanza o no con Grillo, pena il colpo di stato di un colonnello giustizialista o parasocialista alla Nasser. Domanda, come cambierebbe la Grande Monoproprietaria? Beh, potrebbe addirittura crollare la repubblica truffaldina eretta tra il 1945 e il ’47.

I vuoti di cassa e la sofferenza dei nullatenenti si farebbero feroci al punto di dover amputare la spesa pubblica, e non dare sforbiciate qua e là. Cosa macellare in primis se non le spese militari, la diplomazia e lo sfarzo delle Istituzioni dal Quirinale in giù? Come dare sussidi a  vari milioni di indigenti senza decapitare le grandi fortune, i redditi e le pensioni esorbitanti, senza cancellare i diritti acquisiti,  senza uscire dal liberismo capitalista poco dopo che vi era entrato Massimo D’Alema comprando la tenutella in Umbria?

Non sarebbe uno scherzo il 51% evocato da Enrico Letta, aggiunto alle malefatte del Fiorentino. Prima che sia tardi il sistema si affretti a corrompere Grillo e Renzi come corruppe Napolitano.

Porfirio