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PSEUDO CREPUSCOLODELLA CLASSE MEDIA

dicembre 2013 by:

Un po’ più spesso che prima si alzano i lai (=voci insistenti e sconsolate di mestizia) sull’estenuazione dei ceti di mezzo: proletarizzazione dei liberi professionisti giovani; inutilità delle lauree; infierire del fisco; altre sofferenze. In qualche misura sono lai bugiardi. Ma vediamo anzitutto l’aspetto nominalistico: come chiamare i nostalgici delle aspirazioni di una volta.

Nel Nord America, da ben più di un secolo, la middle class comincia dall’operaio con job, mortgage per la casa non superiore a un terzo  del valore immobiliare, buona sanità aziendale, poca o punta morosità al golf a poche buche. Lì il golf è altrettanto proletario quanto da noi la pesca sportiva e le pedalate aziendali (investimento per queste ultime: poco meno di € duemila tra bici quasi in lega, indumenti tecnici che facilitano l’avanzamento, casco e occhiali da Tour de France). Negli USA la middle class viene anche chiamata ‘the American class’. Naturalmente si tratta di un’illusione: è vero, il golf e il ciclismo quasi agonistico da week-end accomunano/affratellano i tornitori e i consiglieri d’amministrazione. Ma poi le strade si dividono, eccome.

Da noi un discrimine decisivo usava essere i figli all’università. Oggi che gli atenei italiani sono un 150, forse compresi forse no quelli online, oggi che le lauree brevi fanno un pulviscolo atmosferico, l’asticella del salto va alzata ripetutamente perché il laureato breve o lungo possa entrare nella fascia bassa del ceto medio.

L’asticella si è alzata sul serio per chi aspiri a diventare il libero professionista di un tempo o il burocrate di buona categoria. Ottant’anni fa, quando i più andavano a piedi, il medico di famiglia si permetteva la Balilla, persino la Lancia Augusta. Oggi si sente uno sfigato se, oltre a consentirsi il leasing costoso per la BMW o per l’Audi oltre i trentamila, non vagheggia la barca, il cavallo e la multiproprietà in Engadina. A questo hanno portato gli anni del benessere a cambiali e l’elefantiasi del consumismo. “Il mio dentista ha la Porsche” recita la felice pubblicità di una catena di franchises dentali low cost. Un tempo l’equivalente della Porsche, cioè la carrozza propria con cocchiere, l’aveva il grande clinico, non il dentista che un paio di secoli prima faceva anche il barbiere.

Ma il benessere a cambiali e il reddito doppio o plurimo per ciascuna famiglia hanno agito anche ai livelli proletari: sono parecchi i  manovali

con seconda casa e una macchina ogni membro della famiglia.  Infatti l’imperativo dei tempi nuovi -voltare le spalle al consumismo- non si pone solo per il ceto medio.

Se il dentista farà bene a dimenticare barca, cavallo e Porsche, l’operaio a libro lasci perdere gli hobbies esigenti e l’amatorismo a costi con vari zero, cominciando dall’abbonamento allo stadio. Il dilettantismo organizzato e la fede calcistica sono la barca e il cavallo dei camici blu o bianchi della fabbrica robotizzata. A riportare alla ragione le esigenze di status del ceto medio basso e quelle voluttuarie degli operai più o meno cassintegrati agirà l’ulteriore dilatarsi della competizione globale, col sorgere e il pullulare delle manifatture africane e col conseguente rarefarsi degli interventi medici per abbellire il look.

Agli eccessi e agli abusi del consumismo “alto”, quello della classe dirigente e dei gangster politici, dovrà provvedere la vendetta del giustizialismo. Oltre a ridurre il più possibile l’area della grande ricchezza, miniaturizzerà i redditi della falsa meritocrazia: le centinaia di alti manager, boiardi e top burocrati che sfiorano o superano il milione l’anno. Le superliquidazioni e le pensioni d’oro, sogno proibito di precari e travet, continueranno abbastanza a lungo: ma non per sempre. Il ceto medio ricordi quanto modiche erano le sue ambizioni di un tempo.

Porfirio