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Facebook, ovvero metafora di un nuovo modello politico

maggio 2014 by:
Facebook

Non occorre affidarsi a chissà quale agenzia di rilevazioni dati per rendersi conto che sempre più spesso in politica – e mai come in questa ultima campagna elettorale – l’espressione più usata dai politici  è “ci metto la faccia”.

E non occorre essere un linguista per accorgersi che questa espressione  altro non è che la traduzione, più o meno letterale, di un neologismo, Facebook,  coniato nel 2004 da Mark Zuckerberg, studente di Harvard,  che aveva preso  lo spunto da un elenco con nome e fotografia degli studenti, che alcune università statunitensi distribuivano all’inizio dell’anno accademico per aiutare gli iscritti a socializzare tra loro.

Un neologismo, oggi,  che corrisponde non solo a una realtà economica quotata  in Borsa ma soprattutto a un nuovo modello di  comportamento sociale e dunque “pubblico”, utilizzato sempre più spesso dalla politica.  Da  coloro che si candidano sperando di essere votati,  dalle trasmissioni televisive che affrontano il dibattito politico e perfino, senza saperlo, dagli elettori che decidono di astenersi dalle votazioni.

Per   Facebook  l’importante è rivelarsi, dato che il punto di partenza è il profilo che ogni partecipante si deve costruire per appartenere, da subito, alla comunità e cominciare ad interagire. Una comunità che non ti pone nessuna condizione di appartenenza se non quello di piacere a qualcuno e di essere scelto. Una scelta, però, che non si basa su quello che realmente sei,  non dovendo necessariamente corrispondere alla realtà tutte le informazioni del profilo, ma a quello che vuoi sembrare essere.

Una comunità senza gerarchie dove il linguaggio non è mito, non è prosopopea, ma corrisponde al linguaggio del quotidiano.  Una comunità dove conta l’idea di potersi mettere in relazione con gli altri, non necessariamente il farlo.

E’ una comunità, infatti,  quella di Facebook  che non ti obbliga ad agire.  Puoi farne parte anche solo guardando e vedendo e quello che postano gli altri: una foto, un link, un blog, insomma qualsiasi cosa che ti arrivi  attraverso la Rete. Non è necessario esporsi o fare commenti: solo una minima parte commenta  i post che vengono degli altri. Si commenta, in generale,  rispondendo con un altro post. Apparentemente una comunità liquida, senza confini.

Apparentemente,  perché  Facebook per essere Facebook, per far sì, cioè,  che ogni “faccia” possa incontrarsi e vedere quello che l’altro fa, si basa su un aggregatore, cioè su un software o applicazione web, in grado  di ricercare informazioni e riproporli in “forma aggregata” per un obiettivo di fruizione che può essere di qualunque tipo: di business, sociale, culturale, consenso politico etc.

E la forza di Facebook in Italia è  stata così dirompente- 24 milioni sono i suoi iscritti, contro i 4 milioni a  Twitter e i 3  a Linkedin – che la politica ha scelto, o è stata costretta a scegliere, il modello Facebook per interagire in ogni ambito.

Nelle trasmissioni televisive dove ognuno mette il proprio post – basta osservare il format de  La Gabbia- senza  sentirsi obbligato a rimettere al centro della discussione il dialogo.

Nel  modello di comportamento politico  del Movimento 5stelle che per esistere deve postare sempre una proposta nuova: dalla designazione del presidente della Repubblica e  dal suo impeachment,  fino all’idea di un nuovo Tribunale di Norimberga per giornalisti e politici, senza, peraltro,  sentirsi costretto ad  intavolare  una discussione o un progetto con gli altri. Importante è postare, sempre una nuova proposta, una nuova idea.

Nel fenomeno dell’astensionismo,  in quanto gli elettori che non andranno a votare – e sembra che in futuro siano destinati a crescere in modo esponenziale –  praticano il modello Facebook, sentendosi  partecipi di una vita collettiva,  semplicemente  assistendo ai dibattiti politici.

Nel continuo sforzo dei leader politici di trovare proposte che abbiano la funzione di svolgere la funzione di aggregatori in grado   creare comunità di elettori, con buona pace delle tradizionali strutture partitiche .

Il modello Facebook applicato alla politica significa, dunque,  che se fino ad ieri le  figure chiavi della  politica moderna sono state lo Stato e l’individuo,  in eterno e continuo conflitto, l’uno specchio e nutrimento dell’altro, oggi le figure chiavi sembrano essere, anche, la Rete e gli amministratori pubblici che devono e governare in nome e per conto dell’intera comunità.

“Amministratore”, peraltro, è anche il nome che viene dato a colui che detta le regole di accesso di Facebook e di qualsiasi pagina  che viene creata  su Facebook.

Inevitabile  ed inquietante dedurre che ormai dalle reciproche relazioni  etiche, politiche, culturali, economiche, giuridiche  tra le rete e gli amministratori pubblici, prenderà forma il modello della  politica contemporanea   con tutti gli inevitabili rischi di “imperialismo” che qualsiasi forma di modello politico è destinato, sempre e  comunque, ad assumere.

Ma la Rete, e dunque il modello proposto da Facebook, non fa che ribadire, una qualità acquisita dalla politica moderna: la volontà/necessità  di convivenza insieme all’accettazione del pluralismo. Non è  poco.

 Monica Amari