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LA GERMANIA E’ L’OPPOSTO DEL MALE ASSOLUTO

giugno 2014 by:
Angela

Nel momento in cui parecchi intendono l’imperativo dell’Europa, cento anni dopo l’esplosione della Grande Guerra, principalmente come l’imperativo di resistere all’egemonia tedesca, il recente scritto Sinfonia Germanica di Paolo Facchi provoca a riflettere, e a litigare. Già docente di filosofia all’università di Trieste, uno dei protagonisti della navigazione controcorrente del mensile milanese “Il Confronto” (1965-70) e laico come pochi tra i collaboratori di Internauta, Facchi esordisce impeccabile: “Una ventata di stupidità è arrivata (agosto 1914) sulle classi dirigenti europee, sufficiente a far partire la macchina della guerra. Purtroppo la macchina era pronta a partire, e qui dobbiamo cercare fra gli intellettuali. Questa stupidità si trovò alleata con una certa furbizia delle classi privilegiate, che calcolavano di fare la guerra per evitare la rivoluzione; perfino di certi gruppi della sinistra più radicale (Lenin, Mussolini) che pensavano di fare la guerra per arrivare alla rivoluzione“..

“Proprio con l’imperatore Guglielmo II, con i suoi consiglieri e ministri, assistiamo a uno di quei casi nei quali si manifesta nella storia la stupidità. Egli si riteneva certo che l’impero britannico non sarebbe intervenuto in difesa del Belgio, perché il re d’Inghilterra era suo cugino. A qualcuno che gli rimproverava quanto fossero trascurate le tombe di Fichte e di Hegel, rispondeva: ”Non c’è posto nel mio impero per uomini come Fichte e Hegel”. Non sapeva quanto sia pericoloso per un popolo dimenticarsi dei suoi maestri!”

“Il presidente francese Raymond Poincaré non avrebbe detto queste stupidaggini. Ma si comportò da irresponsabile quando spinse a fondo sull’alleanza della Francia repubblicana con la Russia autoritaria e imperiale. A guerra avanzata c’era stata da parte dei germanici qualche offerta di pace. Il Poincaré rispose sdegnoso: ”Non dovranno offrirci la  pace, dovranno chiedercela”. Siamo costretti a pensare che l’irresponsabilità sia un aspetto del cretinismo. Questa terribile prima guerra mondiale, nella quale tutti si trovarono coinvolti senza sapere perché”.

Venendo all’oggi. Sulla premessa che “la Germania è il paese d’Europa dove si lavora di più”, Paolo Facchi valuta che “questo modo di lavorare, che è anche un modo di vivere e di esistere, è bene in armonia con uno dei più diffusi luoghi comuni sulla mente germanica: essere il tedesco un popolo che non conosce il senso del limite”. Per la verità, a settant’anni dal 1945 -espiazione prima, virtuosa operosità e orrore per la guerra poi- si potrebbe pensare che il senso del limite lo abbiano davvero acquisito, i germanici. Che lo pratichino, p.es., ben più degli americani, oggi velleitariamente impegnati a cercare di annettersi l’Ucraina,  dimentichi di avere scritto in Indocina e altrove le pagine più vergognose; infine d’essere il popolo più militarista della storia.

L’empatia col pensiero di Paolo Facchi si fa in salita da quando il suo De l’Allemande,  ben meno benevolo di quello di Madame de Stael, prende a variare sul tema che “C’è sempre un altro momento che caratterizza l’agire germanico: ci si vanta quando gli altri si vergognano. Nella storia della Germania prussiana si creò il costume di vantarsi di violenze crudeli come puro segno della presenza prussiana…La gente deve capire che siamo arrivati noi”.

Che uno studioso  dalla mente affine a quella di Montaigne, Paolo Facchi, riesumi le atrocità dei Lager per deplorare che “grazie alla laboriosità dei suoi cittadini, e anche alla loro incapacità di inserire nel vivere quotidiano quel tanto di otium che lo rende sopportabile, la Germania ha riserve di denaro maggiori” ci sembra un caso di overkill:   una bomba blockbuster per distruggere la garitta di una sentinella. E ci sembra bieco  additare il Male nella sola direzione della  Germania, allorquando nei settant’anni trascorsi dall’ultimo crimine del Terzo Reich la vicenda del pianeta è stata fittissima di crimini. Si sente Facchi di sostenere che i misfatti di George W. Bush in Irak o quelli di Obama in Afghanistan e in Pakistan attestano l’etica e la tolleranza che mancarono ai succubi di Bismarck e di Hitler? Si sente di dire che le torture francesi in Algeria vanno ‘collocate nel contesto’, e così pure i genocidi tra etnie africane? Si sente di contrapporre all’avarizia “Alle wollen unser Geld” del Finanzminister bavarese Markus Soeder (Facchi l’ha fustigata con un ritaglio da Spiegel ) la filantropia e lo spirito di carità del premier Cameron, oppure l’afflato francescano della finanza milanese, nonché delle Duecento Famiglie che possiedono il capitalismo francese? Più ancora: negherebbe che il retaggio prussiano non è fatto delle sole durezze di Scharnhorst e di Bismarck, bensì anche del senso delle regole che dava a quel mugnaio la fiducia che “ci sono giudici a Berlino”? Ha dimenticato, Paolo Facchi, di avere egli stesso evocato la “inquieta ma pacifica Germania del Wilhelm Meister?”.

A parere del sottoscritto Porfirio, questa Sinfonia germanica  è, per dirla come Gioacchino Rossini, il péché de vieillesse  di uno tra gli spiriti più equanimi che sia dato incontrare.

Porfirio