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DALL’UTOPIA DI TOMMASO MORO AGLI EREWHON DI SAMUEL BUTLER E DI PORFIRIO

settembre 2014 by:

Quanto più i volti della realtà si fanno sgradevoli -metti i vitalizi dei Sommi Palazzi e il proliferare dei poveri assoluti- tanto più ciascuno di noi sognatori eserciti il diritto di vagheggiare mondi migliori.

Dalle grandi speranze delle prime settimane di Bergoglio siamo arretrati alle smorte perorazioni in pro della pace e della bontà, alle insignificanti rappresentazioni in questa o quella piazza o stadio. Dagli scenari che proiettavano Matteo Renzi come l’Alessandro il Macedone dell’era digitale, alle mossette per rabbonire irose befane di Sel, ferri di lancia della riscossa dei senatori sanguisughe. Così per molte altre illusioni, inevitabilmente cadute. Ecco dunque il librarci nei cieli alti dell’ideale, il farneticare Shangri-la ove si inverano le ubbie progettuali.

Dall’isola di “Utopia”, brillante e fortunata invenzione dello statista Thomas Moore (ma per esteso la sublime operetta si intitolava Libellus vere aureus nec minus salutaris quam festivus  de optimo reipublicae statu deque nova Insula Utopia– in greco ‘utopia’ vuol dire non-luogo) veniamo alla pezzentesca utopia del sottoscritto Porfirio. Passando non solo per Platone, per la Città del Sole campanelliana, per The New Atlantis di Lord Bacon of Verulam, persino per l’Erewhon di Samuel Butler, uno dei buoni nomi della letteratura inglese dell’Ottocento. “Erewhon” fu, nel 1872, il racconto della visita a un paese immaginario, dove si mettevano in satira non pochi contemporanei dell’Autore.

Il sottoscritto Porfirio non si azzarda a ispirarsi al glorioso Libellus di San Tommaso Moro. Pio XI lo canonizzò nel 1935 per avere preferito il patibolo -egli il primo ministro- a  piegarsi al sopruso teologico-cinghialesco di Enrico VIII, un re poco di buono che si inventò una Chiesa di corte onde divorziare da Caterina d’Aragona e sposare Anna Bolena, (per poi giustiziarla con altri personaggi, altra moglie compresa).  Tommaso Moro, benché amico di Erasmo da Rotterdam, era un po’ troppo papista: comunque resta un grande eroe.

Per doverosa modestia, Porfirio non scimmiotta l’Utopia, ma il più pedestre Erewhon, un non-luogo che si allunga  dalle Alpi al Lilibeo. Inviato dagli Dei beati, un Demiurgo collettivo fatto di giovani colonnelli portoghesi 1974 ha liberato Erewhon/Stivale in una notte, senza sparare, dall’abiezione demoplutocleptocratica di Galan e Benigni, sotto l’Alto Patrocinio del re in Quirinale.

L’Erewhon/Stivale è una repubblica presieduta, non da un imperioso similmonarca ma da un qualsiasi cittadino probo, sorteggiato ogni mese. E’ una repubblica che non si inorgoglisce più della Resistenza (essa uccise più ostaggi innocenti che soldati germanici, parte dei quali innocenti); che si è sbarazzata di ogni impaccio sinistrista, perciò non studia più il phonypensiero di Antonio Gramsci  inventore di un’egemonia operaia per scherzo, perfettamente campata per aria. Ciononostante Erewhon/Stivale è una società solidale spinta, antipatizzante verso il mercato, i consumi e la crescita. Qui non si è del tutto uguali e non si aspira a modi di vita collettivi, però si detestano gli alti redditi, anzi li si avocano per garantire il pane non solo a chi l’ha perso,  anche a quanti si stipano sui gommoni negrieri per tentare di venire a vivere, mendicando, del senso di colpa dell’ecumene capitalista.

Nell’Erewhon/Stivale si è smesso di agognare una crescita che difenda il benessere minimoborghese dei lavoratori; al contrario si persegue il desviluppo. Sapendo che espropriare i grandi patrimoni, cancellare il settore del lusso, mortificare l’alta  gamma e i bisogni superflui non basta a far campare 60 milioni di humans, il nuovo Erewhon  accetta il ritorno alla vita ristretta di un tempo. Si promuove il turismo e si valorizzano le città d’arte, ma mai più vacanze ai Caribi dei colletti bianchi/blu, mai più una Porsche per ogni dentista avviato. Qui non si sussidiano i giornali, i partiti, i Gay Pride, le Expo, i film semiporcini. La moda agonizza, i padroni-grandi barche si domiciliano in galera o fanno gli skipper per i ricchi cinesi che studiano il pensiero di Mao.

Nell’Erewhon strappato alle termiti e alle blatte dei partiti ladri, il Pil crolla per il brusco scemare del fatturato della corruzione. Soprattutto non si vota più se non per referendum orientativi e permanenti dalle cucine di casa. Le decisioni le prende una Polis ristretta di supercittadini sovrani, sorteggiati in presenza di meriti oggettivi e pesanti. Seppelliti per sempre la democrazia rappresentativa e i parlamenti, tornati quasi tutti alla parsimonia di un tempo, cancellati i veri ricchi, l’Erewhon/Stivale ha dimenticato l’assillo di produrre, efficientarsi, competere. Lavorare, quanto basta. Gli sport, discriminati. L’Italian Style e altre eccellenze, derisi come meritano.

Certo Porfirio non assurgerà alla gloria di San Tommaso Moro. Ma avrà dato un’idea a quattro, come minimo, gatti.

Porfirio