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OBAMA EROE TRUFFALDINO DELLA PACE, PERO’ MENO SANTO DI WOODROW WILSON

settembre 2014 by:

Scrive Piero Melograni, nella pagina finale della sua Storia politica della Grande Guerra, Bari, Laterza, 1972, che la crisi italiana del primo dopoguerra (e dunque il fascismo-NdR) “in realtà cominciò a precipitare dal momento in cui fu distrutto il prestigio del presidente Wilson”. La strana datazione può sorprendere, ma così la spiega lo storico:

“Fra il ’18 e il ’19 era sembrato che nessun altro popolo europeo, come l’italiano, avesse posto tanta fiducia nell’ideologia wilsoniana e, più in generale, nel mito dell’America. Nel gennaio 1919 il presidente era stato accolto, a Roma e a Milano, da una folla strabocchevole e delirante di proletari e di borghesi. Wilson otteneva grandissimo consenso anche sulle pagine dell’Avanti, mentre Critica Sociale  esprimeva incondizionata ammirazione verso “il cavaliere senza macchia e senza paura della dignità umana”. Poi, d’improvviso, tutto l’entusiasmo era crollato, sia perché Wilson aveva contrastato le aspirazioni italiane ad annettere Fiume e la Dalmazia, sia e soprattutto perché era miseramente fallito il suo disegno di dare ai popoli del mondo la pace e la giustizia”.

Ma è proprio sicuro da noi l’entusiasmo? Esso si può capire nei polacchi, nei baltici, nei cecoslovacchi -la cui nazione era stata architettata da Wilson, in combutta col Quai d’Orsay; infatti morì a vent’anni-, infine negli jugoslavi (stessa invenzione, esiti molto più tragici). Può divertire che, secondo l’allora importante giornalista inglese Wickham H.Steed, il comandante in capo delle forze britanniche in Italia, Lord Cavan, era così ignorante o noncurante della realtà che parlava degli “Jugoslovacchi”, e anche dei “Cecoslavi”. L’entusiasmo degli est-europei era dovuto all’imponenza dei doni territoriali e diplomatici fatti da Wilson (e dal Quai d’Orsay) appunto a Varsavia Praga Belgrado eccetera, doni in odio alla Germania e al brandello sopravvissuto dell’impero austro-ungarico. E’ nota la perennità della pace fondata dal solenne e sanctimonious  ex-rettore di Princeton.

Si fa fatica ad ammettere che gli italiani si fossero infatuati di Wilson. Oggi gli Stati Uniti sono universalmente percepiti come l’esatto contrario dell’idealismo che un secolo prima si credeva di riassumere nel nome e nel glabro volto di Thomas Woodrow Wilson. Sono settant’anni che Washington esercita un’egemonia sfrontata, conseguita per ricchezza e potenza, non per storica attitudine all’impero. Forse gli USA non sono propriamente imperialisti, non essendo all’altezza. Sono, per la precisione, il paese più militarista della storia. A Wilson,  stando agli storici, i nostri ingenui nonni e bisnonni attribuirono tutt’altri sentimenti e progetti di quelli che risultano all’inizio del Terzo Millennio. Ovviamente sbagliarono. Un abbaglio gigantesco.

Fu il presidente Wilson a porre le premesse dell’impero americano,  forzando l’America a entrare nella Grande Guerra. Però non fu un guerrafondaio autentico. Lo fu invece, in grande come più non si poteva, il suo discepolo Franklin Delano Roosevelt. Dopo che il New Deal ebbe esaurito le sue possibilità rigeneratrici (negli USA il pieno impiego tornò solo con la mobilitazione per il massimo dei conflitti) F D Roosevelt governò, anzi visse, solo per capeggiare la controffensiva dell’Occidente demo-plutocratico contro l’Asse e il Tripartito. In particolare ben prima di Pearl Harbor mobilitò contro Germania e Giappone la Marina,  poi lo smisurato potenziale economico del Nuovo Mondo. A partire dal 1930  FDR avversò e angariò il Giappone sapendo di provocarlo ad attaccare. Quando proclamò che il giorno dell’attacco a Pearl  Harbor era stato “the day of infamy” mentì spudoratamente.

I successori di Roosevelt alla Casa Bianca hanno condotto guerre e campagne più o meno

crudeli e devastatrici, più o meno fallite, più o meno camuffate, tutte intese a dilatare l’impero americano. L’Ucraina è il conato imperialista più recente. Lì la maggioranza nazionalista può certamente inclinare a saldarsi all’Occidente, ma le sue regioni orientali no. E’ oggettivamente predatorio da parte di Washington  cercare di impossessarsi con la propaganda, col denaro, con la diplomazia, con le armi, di una parte della millenaria sfera di Mosca, anzi del cuore stesso della Russia.

Ridono di sé i nostri padri e nonni, quando da lassù vedono le opere buone del wilsoniano Obama, premio Nobel per la pace, signore dei droni e remoto emulo del Professore dei Quattordici Punti, cui riuscì di farsi credere Cor Cordium.

Anthony Cobeinsy