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MERITANO I CANUTS E I WEBER DELL’OTTOCENTO. I NOSTRI CASSINTEGRATI, NO

dicembre 2014 by:

Siamo abituati a pensare i due mesi di stragi della Comune parigina, nel 1871, come la prima rivoluzione ‘bolscevica’ della storia: nell’ultima settimana le vittime furono 17 mila, 30 mila secondo altre stime. Le corti marziali condannarono duramente 35 mila persone, di cui almeno tremila alla deportazione nei bagni penali come la Cayenna. In tutto centomila morti, compreso l’arcivescovo di Parigi.

E invece la Comune non aprì l’era delle insurrezioni proletarie moderne. Quarant’anni prima furono i canuts, gli operai che a Lione tessevano la seta azionando a mano i telai del tempo, che alzarono nel sangue la bandiera della lotta di classe. Nel 1815 prendevano cento soldi al giorno. Nel 1830, diciotto. La concorrenza aveva colpito duro i produttori, ma per le famiglie dei tessitori era la fame vera. “Ora sono le fluttuazioni commerciali a regolare i destini del mondo” constatò uno scrittore dell’epoca. “I barbari che ci minacciano non sono nel Caucaso né nelle steppe tartare, ma nei nostri sobborghi manufatturieri. Privata di commercio, la nostra società è votata alla morte”.

I canuts si impadronirono brevemente della città, ma la rivolta fu schiacciata ferocemente.  E in seguito si costruirono attorno alla città tre grossi forti, anzi tre Bastiglie, per future repressioni.

Ebbene, anche se nell’Anti-Duering  Friedrich Engels scrisse che Lione aveva fatto la prima insurrezione operaia della storia (congiuntamente alla lotta dei cartisti britannici), persino gli storici sovietici si curarono poco dell’epopea lionese. Una Storia della Francia pubblicata in URSS nel 1973 dedicò alla Comune parigina 63 pagine, solo 2 al tentativo rivoluzionario di Lione.

Non dimenticò i tessitori della sua terra Gerhart Hauptmann, il grande scrittore e drammaturgo slesiano (1862-1946) cui nel 1912 andò il premio Nobel per la letteratura:  soprattutto per la tragedia  Die Weber ( I Tessitori) sulla rivolta dei lavoratori tessili  slesiani nel 1844, tredici anni dopo quella dei canuts. Anche questa insurrezione fu spenta nel sangue. Nel nome della verità naturalista, la prima stesura del dramma fu nel dialetto slesiano; il testo tedesco venne in seguito. Non per niente Hauptmann divenne con questo lavoro il bardo moderno della Germania. Esaltato anche dal regime nazista, quantunque il Nostro non fosse nazista. Signal,  rivista della propaganda hitleriana, non esaltava solo le grandi vittorie della Wehrmacht. Presentava con venerazione la casa slesiana dove il drammaturgo viveva prima dell’apocalisse del 1945.

Non sappiamo istituire confronti quantitativi tra la miseria e le tubercolosi dei Weber e quelle dei canuts, che in quindici anni avevano perso l’82% del salario. All’epoca il Welfare State non albeggiava. A Lione non era cominciata la socialità, modesta ma non irrilevante, di Napoleone III, sovrano che non chiudeva gli occhi sulla brutalità della industrializzazione. In Germania non era sorto l’astro di Otto von Bismarck, il quale si sarebbe fatto convincere da Ferdinand Lassalle a istituire la sicurezza sociale. L’aspro Junker prussiano non si inteneriva per gli umili. Però era il politico superiore a tutti, e faceva la cosa giusta.

Sono passati 170 anni dal dramma dei tessitori slesiani. Oggi nessun Weber che abbia voluto manca di una o più case di villeggiatura. Se non è alle prime armi ha la grossa berlina da viaggio, i figli laureati/diplomati, è partecipe o cogestore della sua fabbrica; la società lo protegge contro tutte le sventure che non siano senza rimedio. A Lione va un po’ meno bene, ma anche i canuts d’oggi sono privilegiati.

Da noi è quasi impossibile solidarizzare con le maestranze iper-organizzate che sono il ferro di lancia della mega-lobby dei lavoratori. E’ anche colpa loro se lo Stivale non ha la cogestione. Oppure se, stremata da un cassa integrazione che può arrivare al decennio, l’Italia non sussidia affatto le famiglie senza reddito. Esse sono i canuts e i weber atterriti del nostro tempo. Solo con loro vogliamo solidarizzare. Coi cassintegrati di lungo corso, no.

Nelle situazioni insanabili si vendano le case microborghesi con cantinetta, garage e mutuo. Facciano a meno degli sport costosi, di fumare e di rimpiangere le vacche grasse. Se le loro fabbriche sono al capolinea, insidiate o soppiantate da metà del globo, non facciano ridere coi cartelli ‘L’acciaio (o l’alluminio, o il volo balneare  per la Sardegna) non si tocca’. Concentrino lo sforzo sull’ottenere per le famiglie 700 euro al mese -veri, per tutto il tempo che servono e a carico dei soli alti redditi. Vadano a vivere in co-housing, condividano l’auto (una sola, non una per ogni membro adulto della famiglia)  con altri del condominio. Entrino nello stile di vita dell’avvenire: si può campare con parecchio meno che negli anni Novanta.

E si informino  su come andava ai canuts e ai weber di un tempo.

A.M.C.