Home » Politicarte

CANI E GATTI: ARCISPEDALE S. ANNA, Ferrara 1974

gennaio 2015 by:

L’entrata all’Arcispedale S. Anna era stata una svolta epocale in quanto seguita da uno stipendio, ed anche piuttosto buono per i tempi di allora. La famiglia forniva a casa un servizio alberghiero ineccepibile, camicie stiratissime, pantaloni con piega al laser e cena sempre calda, ogni ora e gratis.

Il Reparto di Medicina Nucleare veniva ancora chiamato Terapia Fisica, in quanto ospitava un gruppo di tecnici esperti di massaggio con le mani e con il calore. Ma la parte trainante era la Medicina Nucleare in quanto era la sede ove i radiofarmaci venivano preparati e iniettati nei pazienti. Sistemi di rilevamento erano costituiti da un vecchio quanto affidabile scanner meccanico Mallincrodkt affiancato da una moderna gamma camera a schermo largo. La chicca finale era costituita dal NUKAB 2530, uno dei primi calcolatori giunto in Italia ed applicato allo studio digitalizzato dei segnali provenienti dalla gamma camera. C’era poi la Radioterapia, ma questa era di pertinenza del Dr. Susa. E proprio il nome del Primario della Radioterapia fu uno dei primi insegnamenti che l’Ospedale diede all’orgoglioso neolaureato con il Prof. Baserga della Clinica Medica e con il massimo dei voti: non fidarsi delle impressioni e soprattutto controllare i dettagli più irrilevanti. Fu sorgente di notevole imbarazzo sociale scoprire che il Dr. Susa non si chiamava affatto Susa, ma era un appellativo che il personale concorde gli aveva attribuito per la sua flemma e i movimenti plantigradici. Il termine susamlon a Ferrara indica persona con le caratteristiche citate. L’astuto personale capì benissimo che non era possibile chiamare un Primario ospedaliero con un termine del genere, per cui si scivolò rapidamente in un innocuo Susa.

La Medicina Nucleare in vivo era affiancata da quella in vitro, gestita in modo diretto quanto qualificato da Angela che stravedeva per il Dr. Bagni. Assieme a questo ultimo, il giovane neoassunto lanciò una serie di dosaggi radioimmunologici (RIA) che consentivano di valutare quantità infinitesimali di ormoni maschili e femminili. Questo significò che la clientela del Reparto si arricchì di signorine con disturbi mestruali, di signore meno giovani alla disperata ricerca di figli, o di maschi desiderosi di essere rassicurati sulla loro virilità.

La Caposala Giorgia era persona di grandi esperienze, a fine guerra un ordigno bellico le aveva scarnificato una gamba, ma era sostenuta da spirito e da forza interna tipici delle donne emiliane. Era anche donna di grande coraggio e inattesa forza fisica. Tutti i giorni, il personale della Terapia Fisica di ritorno dalla mensa passava lento pede di fronte a Giorgia snocciolando una sequela di proposte intime difficili da sostenere e fisicamente impegnative. Di fronte a questo kamasutra di maschi di varie età, Giorgia rispondeva con l’approccio emiliano tipico, dando risposte spiritose e mai astiose o maleducate.

Un giorno Giorgia aveva la luna di traverso, percepibile anche dal modo con cui batteva ritmicamente sul pavimento con la gamba ramata. Nessuno nel Reparto osava interagire con lei in quei giorni.

Gli ignari maschi di ritorno dalla mensa non si sottrassero al rituale e presentarono tutte le possibilità previste dal copione. Stavolta Giorgia perse il suo tradizionale aplomb. Il personale della Terapia Fisica già vestiva le tutine chirurgiche che sarebbero divenute di moda con ER e George Clooney. Stavolta Giorgia scattò come un serpente e al centro del corridoio del Reparto slacciò il nodo del laccetto che sosteneva i pantaloni del primo malcapitato maschio. Non contenta di questo, Giorgia tirò giù le braghette dello stupitissimo bersaglio e si trovò di fronte ad un ciuffettino di pelo rosso da cui spuntava un modestissimo ammenicolo maschile. Giorgia aveva una rispettabile esperienza specifica nel campo. Cominciò a soppesare l’articolo, a mostrarlo circolarmente a tutti gli astanti che si erano intanto affacciati da studi e aree di lavoro, scandendo con voce chiara ed alta che erano proprio illusi se pretendevano di fare con lei le cose appena prospettate con un set strumentale così risicato. La pratica dei salaci commenti al ritorno dalla mensa cessò come per incanto.

L’esperienza di Giorgia veniva anche sfruttata a scopo medico. I maschi che si presentavano al Servizio di Medicina Nucleare per test ormonali esponevano al medico di turno anamnesi di lunghezza sterminata, con dettagli laterali del tutto marginali: solo dopo un’ora giungevano a confessare sintomi non indicanti feroce virilità. Il medico giovane impiegava almeno un tempo del genere per avere un tale indirizzo diagnostico. Con un semplice sguardo Giorgia faceva invece diagnosi a distanza, per di più sempre confermata dai risultati dei dosaggi ormonali.

Il personale medico della Medicina Nucleare era costituito dal Dr. Gianluigi Crema, Aiuto poi diventato Primario FF (Facente Funzione). Uomo di qualità superiori per cultura ed umanità, era decisamente fuori posto nella politica ospedaliera dell’Arcispedale per non parlare di quella universitaria. Altro componente della equipe Medicina Nucleare era un giovane assistente, che aveva avuto l’idea di investire un periodo negli USA durante il corso universitario: in quella occasione aveva avuto modo di lavorare per qualche mese in una Medicina Nucleare. Tutto era nato nel 1971, quando si era deciso che l’Italia andava stretta ad un gruppo di giovani studenti di medicina, ma anche appassionati di rugby e moto. Questi si erano impuntati a conoscere il mondo medico al di fuori dell’Arcispedale Sant’Anna.

La maggior parte di loro veniva dallo Scientifico e aveva ottima conoscenza del tedesco, utile d’estate sull’Adriatico ma non tanto in medicina. Quelli del Classico non si ponevano il problema, in quanto lingue straniere diverse dal latino e greco non erano nemmeno contemplate. Per comune accordo si convenì che le lacune dell’inglese fossero molto gravi, per cui iniziò subito un sistematico approccio allo studio della lingua di Shakespeare. Il metodo originale adottato fu la traduzione dei testi di Bob Dylan, patrono della cultura musicale dei tempi. Quello che gli ingenui seguaci della lingua non potevano ipotizzare è che la conferma di una logica interna alla traduzione non poteva venire dai versi di Dylan o di altri, che molto spesso scrivevano sotto l’ispirazione di polverine magiche. Si tentò anche con film audacemente in lingua originale o con la traduzione della colonna sonora di Easy Rider. Il risultato fu una conoscenza del tutto occasionale, con dettagli esasperati quanto inutili e soprattutto mancante di ogni ragionevole base e logica culturale.

L’anno successivo il gruppo degli studenti si era ridotto e il futuro esperto di Medicina Nucleare inviato a Chicago, Ill. L’orgoglio del destinato crollò quando scoprì di essere stato destinato ad un piccolo Ospedale situato al centro del ghetto nero di Chicago. L’inglese parlato in zona e dai pazienti ivi afferenti aveva un tenuissimo legame con quello insegnato in Inghilterra. In quanto sopravvissuto all’esperienza USA, il giovane studente di Medicina era tuttavia convinto di essere divenuto padrone della lingua inglese, senza alcun dubbio residuo.

Una delle prime attività dopo la presa di servizio all’Arcispedale nel 1974 fu quello di incrementare l’accesso alle riviste, ai libri leader nel campo anglosassone e stabilire relazioni con gli Stati Uniti. C’era insomma un tentativo non nascosto di tirarsela un po’ con l’esperienza americana, per altro molto funzionale alla pesca di signorine.

Il Dr. Crema aveva invece un inglese molto buono, che aveva acquisito per una sfortunata coincidenza di vita, vale a dire prigionia in India sotto gli Inglesi dopo la cattura in Nord Africa. I campi inglesi avevano la caratteristica di essere terribili per condizioni di vita e per la disperazione diffusa che regnava in agglomerati di migliaia di maschi ventenni e con Ufficiali anziani e svogliati.

La disperazione era combattuta in modi diversi, con tentativi di fuga assai rischiosi o con sfide sportive come quella di piantare il tricolore sulle vicine cime himalayane, ritornando poi al campo. Queste sfide avevano preso avvio in Africa, quando un gruppo di italiani prigionieri in Etiopia aveva eluso la sorveglianza e con mezzi primitivi erano riusciti a scalare il monte Kenya. Fu considerato uno sberleffo intollerabile da parte dei club dei supponenti Ufficiali inglesi vedere il tricolore con lo scudo sabaudo garrire sulla montagna.

Il Dr. Crema adottò una strategia differente. Riuscì ad avere un dizionario The Universal English Dictionary di Henry Cecil Wyld che accanto ad ogni voce metteva significati, sinonimi e antinomi. Del libro ne studiava a memoria alcune pagine al giorno e le ripeteva per sè e per gli altri. A fine prigionia aveva una cultura sterminata di termini inglesi.

Dopo la prigionia, il Dr. Crema investì un anno della propria vita a perfezionarsi in Radiologia proprio all’Università di Chicago, raggiunta in nave.

La coincidenza delle esperienze nel Midwest americano fu occasione di rapido feeling, oltre alle stime professionali.  Il Dr. Crema portò come regalo al neo-assunto una copia del mitico dizionario e tutte le mattine il malcapitato veniva interrogato sul significato di alcuni termini, su sinonimi e antinomi. I risultati erano deludenti per le attese del Maestro, mentre la giovanile baldanza dell’allievo non veniva scalfita da questi segnali preoccupanti sulla sua cultura inglese.

In quegli anni la rivista “La Ricerca in Clinica e in Laboratorio” era uno strumento della Hoechst per fidelizzare clinici e laboratoristi. La rivista era scritta in italiano e come benefit per i lettori includeva anche alcune sintesi di importanti lavori scritti in inglese. Come ulteriore bonus per i membri della redazione scientifica (e Bagni lo era) c’erano le traduzioni di questi pezzi, che erano pagate discretamente bene. Bagni affidò al giovane assistente la lettura e conversione sintetica in italiano di un lavoro importante per la comunità degli endocrinologi, che avevano visto cambiare il loro modo in base ai dosaggi RIA. La parte sperimentale era stata condotta in mice, che rappresentò un elemento di sorpresa per il giovane medico, che da buon campagnolo si chiedeva come fossero possibili approcci sperimentali così dinamici in animali notoriamente considerati di moderata trattabilità.L’equivoco fu generato da ignoranza sul plurale mice, nemmeno considerato legato a mouse, ma ritenuto semplicemente indicare gatti. Un numero della rivista “La Ricerca in Clinica e Laboratorio” del 1975 contiene ancora traccia di questo imbarazzante strafalcione.

La stessa rivista andò avanti per qualche anno e fu chiusa per tagli di bilancio, non prima che un ulteriore voragine culturale lasciasse tracce scritte di se’. Un differente Materials & Methods indicava che gli esperimenti erano stati condotti su mongrel dogs. Questo termine accese immediatamente una lampada nel ricordo. Infatti, My Back Pages del solito Dylan recita:

In a soldier’s stance, I aimed my hand

At the mongrel dogs who teach

Fearing not that l’d become my enemy

In the instant that I preach

My pathway led by confusion boats

Mutiny from stern to bow

Ah, but I was so much older then

 

Un testo sicuramente poetico ma di oscura comprensione formale. Sulla base di questo bagaglio culturale, la traduzione stavolta osò indicare che i test erano stati fatti su cani di razza mongrel. Purtroppo solo a cose fatte, il Dr. Crema segnalò che mongrel indicava bastardo, una antitesi di razza e un passo falso grave per un futuro genetista. Stavolta Il volume della Rivista fu lestamente fatto sparire dalla biblioteca, dopo l’esperienza precedente.

Accanto a queste attività culturali ancorché di basso livello, ve ne erano altre di tipo edonistico, vale a dire indirizzate ad apprezzare i lati positivi e piacevoli della vita. La Radiologia era posta a accanto alla Medicina Nucleare e gestiva un traffico di pazienti di tutto rispetto. Il Reparto allora aveva in carico numerosi esami di routine basati su diagnostica per immagini convenzionali ed altri che erano di tipo funzionale. Per questi ultimi era necessario anche impadronirsi di specializzati modi di fare e soprattutto di parlare: ad esempio, lo studio del polmone era basato sul tipico esame RX prima e dopo un banale colpo di tosse. Quando il medico richiedeva “tossisca, signora”, la paziente rimaneva immobile. Interveniva allora lo scafato Tecnico con un chiaro “tosca, sgnora”, ottenendosi una pronta reazione diaframmatica. Si era indubbiamente sviluppata una semantica particolare nelle interazioni con i pazienti che in quegli anni ancora usavano il dialetto come prima lingua. Da questa semantica erano un genere esclusi i dottorini giovani parlanti esclusivamente italiano oppure quelli che venivano da fuori Ferrara o addirittura Emilia. Quando un paziente riferiva di avere avuto uno scampanezzamento (rumore di campane) per tutta la notte tale da non aver potuto dormire, il giovane medico era già pronto ad ordinare complicati esami specifici.  Lo scafato Tecnico invece capiva benissimo che la paziente non aveva nulla, ma voleva solo farsi notare. Un altro modo di dire non compreso nella semeiotica del Campanacci era quello legato alla descrizione di sintomi cardiaci. Alla domanda del supponente dottorino che chiedeva come andava l’attività cardiaca, molto spesso le pazienti entravano in complesse e articolate descrizioni che potevano giungere a includere la vena aortica dal zarvel (cervello). Altri pazienti erano più focalizzati sull’area cardiaca, di cui venivano enumerate diligentemente storiche deficienze funzionali tali che la paziente non riusciva a tollerare nemmeno una caramella di menta. A questo punto l’inesperto dottorino era già pronto con l’elettrocardiogramma, Ambu o altri strumenti; l’esperto Tecnico invece alzava un sopracciglio e suggeriva alla signora l’uso di caramelle all’anice, nutritive e cardiotoniche.

Altro esame funzionale era quello della colecisti, per la cui contrazione si richiedeva l’ingestione di minime quantità di uovo. Quando la persona si presentava diligentemente allo sportello per la prenotazione, il Tecnico di turno si peritava di informare la esaminanda che era necessario portarsi l’uovo da casa. Le uova dovevano essere freschissime (che sinò l’esame non veniva) e dovevano essere almeno una dozzina. Le 11 uova/paziente residue dal test venivano usate nel turno di notte per ampie frittate di sicuro impegno epatico-gastro-enterico.

L’uovo aveva anche altre destinazioni più nobili. Accanto alla Radiologia Ospedaliera c’era quella Universitaria, istituzionalmente destinata agli esami più importanti e che uscivano dalla normale routine. Medici e personale erano più fini della controparte ospedaliera, parlavano quasi sempre in italiano, anche perché la struttura universitaria era guidata da un Professore di Torino.

Ferrara era nel cursus honorum del circuito della Radiologia accademica, e ai candidati in pectore per le posizioni più prestigiose veniva richiesto un periodo di transizione in sedi periferiche. Il Professore di Torino era alto, di bell’aspetto, biondo, avvolto in tessuti sartoriali di Biella e apparentemente non disdegnava le grazie femminili. Tutte le signorine del Reparto erano senza parole di fronte al luminare che veniva da lontano, che riceveva lettere addirittura da fuori Italia e che sempre aveva la meglio in tutte le discussioni cliniche del Sant’Anna. Parte di questo veniva dal fatto che la persona era di suo molto colto, aveva grande esperienza internazionale e soprattutto passava molto tempo nell’osservazione delle lastre relative ai casi clinici più difficili. La Caposala di Radiologia Universitaria era una bella signora e sapeva di avere una missione primaria che era quella di dimostrare una netta superiorità nei confronti della collega ospedaliera. Per questo, la lettura delle lastre del giorno veniva fatta gomito a gomito tra Professore e Caposala: dato che si imparava molto in quei frangenti e per evitare disturbi e noiosi contrattempi, la lettura veniva fatta a porte chiuse. Verso le 11.30 la Caposala portava l’uovo sbattuto per il Professore, con molto zucchero e una punta di marsala. Nessuno riuscì mai a togliere al Professore l’epiteto di zabaion durante la sua permanenza nella Bassa.

Fabio Malavasi