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CINE e SPETTACOLO: anni ’60 a Ferrara

gennaio 2015 by:

Alla fine degli anni ’60 a Ferrara i cinema erano numerosi. Vi erano gli storici Apollo ed Apollino in Via Porta Reno, mentre il Nuovo troneggiava sul Listone, dotato di una vistosa cupola, che alla fine degli spettacolo si apriva per fare uscire i cumulo nembi di fumo di sigaretta che allora aleggiava sugli spettatori. C’erano poi l’antico Ristori in Via Cortevecchia seguito dall’innovativo Rivoli. In zona più defilata infine vi era il cinema Corso in Porta Po.

Questi erano i cinema “bene”, dove si andava a vedere film di certa caratura artistica oppure di avventuroso avanzato: il Nuovo fu il primo a presentare “007”. Ferrara era equipaggiata anche con cinema di categoria meno elevata, quali il Diana in Via San Romano, il Manzoni in Via Mortara e il Mignon in Porta San Pietro. I cinema di serie B condividevano la caratteristica del doppio spettacolo, che incominciava rigorosamente alle ore 14:00 e lì potevi tirare fino a cena. Tempi lunghi necessitavano anche di sostegno alimentare, per cui davanti all’entrata vi erano tricicli con venditori che fornivano mistocca (castagnaccio) e caldarroste mentre nella stagione estiva andavano brostolini (semi di zucca salati), ceci, carrube ed altri prodotti di modesta qualità erano i top seller. I doppi spettacoli erano anche sedi di incontro di maschi di non eccelsa virilità, di cui si diceva anche che ponessero insidie ai bambini giovani ed inesperti.

Un ruolo a parte l’aveva il Teatro Verdi, da sempre specializzato in avanspettacolo. Per chi non ha la sfortuna di avere una certa età il termine non indica nulla, invece per gli attivi negli anni ’60 avanspettacolo significava una azione corale con attori maschi (pochi) narranti storielle di indubbio cattivo gusto, accompagnate dallo spettacolo con esibizione di ballerine. Le ballerine di quegli anni erano robuste ragazze, di fianco opimo e di profondissimi decolté su materiale non sempre in solido sostegno. Infine veniva la stella, la Wanda Osiris dei poveri, che era in genere giunonicamente alta, sicuramente con qualche misura in più di petto e dotata anche di un significativo numero di chili. La stella interveniva pochissimo durante lo spettacolo e dispensava la sua apparizione alla scena finale, dove scendeva da una scalinata e cominciava a togliersi pezzo su pezzo del già succinto abbigliamento di partenza.

La popolazione che andava al Teatro Verdi aveva una precisa stratificazione sociale, che si rifletteva anche nella collocazione spaziale interna. La platea era costituita in genere da coppie famigliari che consideravano lo spettacolo sicuramente divertente per la cultura del tempo. Il loro segno di apprezzamento era costituito da un sorriso o al massimo riso marcato, sempre comunque nei limiti di un sano divertimento. I palchi invece ospitavano persone che li avevano ereditati per tradizione sociale, quando faceva status symbol andare al Verdi. All’interno dei palchi c’era una ulteriore suddivisione sociale con le famiglie più preminenti (cioè più ricche) poste quasi sul palcoscenico.

Il lumpen proletariat ferrarese condivideva con gli studenti universitari l’intero Loggione, in quanto era l’accesso a più buon prezzo in assoluto.

Avanspettacolo sì, ma sempre di teatro si parlava e quindi era necessario andarci vestiti bene. Negli anni ’60 si era nella coda di quel lungo modo di considerare le vestimenta di due tipi, delle feste e di tutti i giorni. Il grande miglioramento economico che aveva coinciso con il centenario dell’Unità d’Italia aveva portato a cambi epocali anche nei modi di vestire, in genere l’ultima delle preoccupazioni in una economia basata in precedenza su ristrettezze e risparmio. Però le abitudini sono lunghe a morire in provincia, e quindi i primi soldi in più furono impiegati a variare l’abbigliamento di tutti i giorni. Il vestito delle feste invece era rimasto una divisa quasi immutata e tarata da un uso multifunzionale. Il vestito delle feste aveva la variante povera (di gran lunga la più diffusa), in genere basata sull’abito del matrimonio, oculatamente scelto per tenere tutte le stagioni. Accanto a questa vi era la versione più fine, adottata invece dalla selezionata popolazione di persone che si dividevano tra il Bar Boni e l’Europa.

Si partiva dalla giacca, rigorosamente blu e oggetto di attenzioni maniacali da parte del sarto Guiorci. Vicino alla Scuola Aldo Costa, in Via Mentessi, Guiorci aveva la sua bottega, che aveva messo in piedi con una vita di sacrifici lavorando come ragazzo della mitica sartoria Tubi. Per lui che veniva dalla campagna, il lavoro in sartoria era una passeggiata e ne approfittò per carpire tutti i segreti dell’atelier, per conoscere le persone in città che facevano tendenza ed anche per capire i tessuti, la loro provenienza e dove trovarli. Si mise in proprio e il suo studio sartoriale ebbe un rapido successo, testimoniato da un crescente numero di persone importanti che si servivano da lui. Non è dato sapere se le liste di clienti di una sartoria rientrino nell’ambito del segreto professionale, ma Guiorci ne faceva ampio uso e citazione a scopo amplificatorio della sua clientela.

La giacca blu si distingueva per dettagli che facevano la differenza, oppure testimoniavano l’età del portatore. Partendo dal davanti, chi aveva una carta di identità con date sfavorevoli tendeva a mantenere un rigoroso tre bottoni. La jeunesse dorée invece aveva discusso in serate interminabili ai bar storici o alla Cadorina se il doppio bottone non conferisse un look più giovane e soprattutto non consentisse una miglior spazio visivo alla cravatta. La parte posteriore della giacca era stata anch’essa oggetto di seminari con speaker invitati da fuori per sapere come era il trend che andava in quel momento a Bologna o a Milano. Si poteva passare da una giacca chiusa posteriormente oppure con l’antico spacco centrale. Fece tendenza l’arrivo delle prime giacche a due spacchi, dapprima oggetto di forti ironie in quanto consentiva una specie di finestra sul sedere, ma poi accettata rapidamente anche per comodità d’uso.

Seguiva poi il pantalone, di vigogna fatta venire dai più lontani opifici inglesi. Anche questo apparentemente semplice capo di abbigliamento era stato oggetto di prove, sperimentazioni ed anche prove sul campo. La vigogna è tessuto estremamente morbido, caldo, piacevole al tatto, ma riluttante a mantenere la piega.

I punti oggetto di attenzioni riguardavano la cintura, l’apertura, la piega e infine i risvolti.

Le cinture di quei tempi erano note per la bellezza, per le pelli adottate e per la lavorazione, mentre la fibbia era generalmente di similoro: il tutto comunque di dimensioni limitate in altezze. Questo si vedeva dal tipo di passanti adottati, mai eccedenti di 2.5 cm. Variazioni cominciarono ad essere introdotte con cinture più alte (un indotto dell’uso dei primi jeans) che fece innalzare l’altezza dei passanti con piccolo squilibrio generale, soprattutto per persone più basse.

L’apertura del pantalone aveva subito sviluppi. Ancora una volta interveniva il fattore età, ove i più anziani (che si compiacevano di definirsi più classici) intendevano mantenere la bottoniera, un primitivo sistema di chiusura basato su bottoni e che spesso dava origine ad imbarazzanti disallineamenti o fuoriuscite non volute dei “pizzi” della camicia. Ancorché classica, la bottoniera era comunque di sicuro impedimento nelle situazioni che richiedevano chiusure rapide, agilità di movimenti e soprattutto di abbandono di posti o letti dove la presenza non era certificata.

Forse per questa ragione, i clienti più giovani di Guiorci puntavano alla nuova svolta rappresentata dalla chiusura lampo. La chiusura aveva il pregio di una dinamica superiore ed in più era molto apprezzata dai clienti più ricchi in adipe, in quanto “sfilava”. L’unico inconveniente era rappresentato da interazioni non volute con i componenti della sala giochi, soprattutto nei citati casi emergenziali.

Il problema del bordo inferiore del pantalone riguardava la scelta tra la variante con e senza risvolti. Anche qui l’età faceva la differenza, con una popolazione giovanile decisamente orientata ad abolire i risvolti, per ragioni che saranno chiarite più avanti.

Sotto la giacca stavano camicie ed eventualmente pullover a V, mentre il gilet aveva una assoluta proibizione di impiego. La camicia era oggetto di altrettante discussioni pur nella sua apparente semplicità. L’aumentato benessere di quegli anni aveva portato una esponenziale disponibilità di camicie pre-confezionate, belle, comode e con tutte le opzioni possibili. Nello stesso periodo si era notato un aumento (anche se non così importante) del un numero di sarte autonominatesi camiciaie, in quanto la clientela maschile era più ricca e apparentemente meno complicata da accontentare delle donne di famiglia.

La camicia bianca rimaneva d’obbligo per matrimoni, cresime e funerali, ma la smaccata emulazione dei modelli americani aveva introdotto l’azzurro nelle camicie. A meno che uno non volesse andare in variabili misture contenenti rayon, i tessuti venivano comprati da Felloni. Tuttavia i più esigenti si servivano a Bologna, dove c’erano già tessuti inglesi di impalpabile sofficità e bellezza ed anche i primi oxford.

Questi tessuti di qualità necessitavano di fattura superiore. Le camiciaie locali dovevano incominciare a vedersela con la gestione del colletto, l’abolizione delle stecche e l’assenza dei polsi rivoltati, in cui infilare i polsini.

Il problema della cravatta era molto più semplice. Dody Vento aveva già aperto Tombstone, la prima boutique per maschi, ove le cravatte Holliday & Brown inglesi avevano sfondato alla grande, i prezzi esorbitanti nemmeno considerati. Cravatte del genere e con sete pesanti necessitavano di adeguato nodo che doveva esitare in una piega interna. Totalmente bandito il nodo scapino.

Come discusso, la scelta del risvolto finale del pantalone era dettata dalla necessità di dare enfasi al complesso calza e scarpa.  Anche le calze risentirono del cambio indotto dal miglioramento delle condizioni di vita. Lo standard di una calza corta rimase dominante, nelle varianti che sfruttavano colore scuro invernale e chiaro estivo oppure più vezzosi operati, missonati antesignani. Come materiali valeva il principio del cotone per l’estate e della lana per l’inverno, come dettato anche minori comfort di temperature ambientali.

Complici le prime esperienze di viaggi in Italia e all’estero, cominciarono a giungere anche a Ferrara le calze lunghe, che avevano il non trascurabile pregio di celare peli, varici o altre sgradevolezze delle gambe che da sempre facevano capolino nella zona franca fra il pantalone e la calza corta dei maschi. Le calze venivano prese da Pesaro in Via Bersaglieri del Po, a prezzi significativi. La tecnologia di allora era però carente nel ramo dell’elastico, per cui anche i più raffinati ed innovativi indossatori del modello lungo si trovavano con imbarazzanti ricadute per un tessuto che non stava a posto (“elastico sbambolato”). Intervenne allora una esclusiva boutique di Bologna, Schostal, che lanciò la giarrettiera maschile. Si trattava di uno strumento di sostegno basato su un anello elastico circolare, su cui veniva ancorato il bordo superiore della calza in modo stabile. Come di consueto, una innovazione del genere fu seguita da vistosi lazzi e pesanti allusioni alla virilità del portatore, di cui anzi si invitava l’iscrizione onoraria allo storico Club Ciclistico “Pedale Ferrarese”.

Chi fu così determinato a resistere fino all’arrivo di più efficienti sistemi elastici invece ne trasse giovamento ed entrò nel ristretto club di coloro che facevano tendenza. Anzi, da allora si cercò di ostentare, con studiato accavallamento di gamba, la presenza della calza lunga e al tempo stesso dell’elitario sistema di sospensione.

Magli Calzature aveva già aperto il suo negozio in Corso Giovecca, ma si capiva subito che erano scarpe sì belle, ma industriali. Si andava allora dal calzolaio Preti (probabilmente ex-chirurgo dell’Arcispedale), il quale aveva come suoi cavalli di battaglia la scarpa liscia nera con lacci, seguito da un più giovanile mocassino, di colore nero, marrone o “pelle”. Nonostante i prezzi stellari, per accedere al calzolaio era necessaria una raccomandazione del Vescovo per superare la lista d’attesa. Lo stesso negozio portò in città i primi zoccoli Dr. Scholl, “un mai più senza” in Ospedale da parte dei giovani medici rampanti. Una rivoluzione nella centenaria produzione di Preti fu dettata dalla improvvisa moda della moto, nulla di nuovo per una Regione dove il “motore” era di casa. Di diverso stavolta c’era che si trattava di moto più che altro da bar e da pesca di signorine più che da passione da centauro. Lo stivale da moto era troppo impegnativo (veniva comunque fatto venire dalla Lewis di Londra), ma l’astuzia commerciale di Preti gli suggerì il lancio delle polacchine, vezzosi stivaletti con incrocio di cinturini, di sicura attrazione femminile. I primi leasing in città furono fatti per pagare i polacchini.

Giungeva infine il complemento per l’inverno, quando ormai gli spinati cappotti tipo ritirata di Russia, oppure gli ultimi rifacimenti di coperte militari erano quasi scomparsi. Ormai la popolazione portava cappotti più agili, sciancrati e con notevole miglioramento dei tessuti e delle fodere. Tutti comunque mantenevano lo spacco centrale e la possibilità di ancorare i due lembi posteriori all’automatico posto sotto la tasca, per consentire l’uso della bici e al tempo stesso per evitare intrusioni nei raggi della ruota posteriore.

L’altra metà del mondo allora felice invece usava il Loden. Per Loden intendesi cappotto tirolese, di origine contadina e fatto di un tessuto detto a prova d’acqua. Il cappotto era dominantemente verde, seguito da varianti blu e marrone. Altre caratteristiche peculiari del vestimento erano un grande piegone posteriore, mentre le convenzionali tasche erano affiancate da due fessure che consentivano il passaggio ai pantaloni, utilizzate originariamente a fini scaramantici. Il Loden era anche strumento di lavoro sfruttato per scopi distanti dall’abbigliamento e dalla protezione degli agenti atmosferici. Infatti non era infrequente in cinema anche riscaldati vedere uomini e donne con il cappotto indossato, che consentiva operazioni interne celate alla vista.

Il Loden doveva essere preso non in Italia, ma in Austria. Si assistettero allora a cortei di auto diretti ad Innsbruck, ove veniva fatta incetta dei verdi più pallidi e diafani, indispensabili strumenti di plastiche ostensioni nella “vasca” di Ferrara.

Queste sintetiche premesse sono necessarie per intendere bene l’aria che circolava all’interno del Teatro Verdi nei momenti dell’avanspettacolo. Come detto, le persone andavano a teatro vestite bene e cercando di “fare bella figura”. Questo provocava anche delle attendibili stratificazioni visive, con le persone in platea diverse da quelle che stavano nei palchi, a loro volta decisamente distinguibili da quelle visibili nel Loggione.

Interessante sociologicamente era la popolazione dei palchi, che andava dalle famiglie della nobiltà nera o bianca ad altre invece che si erano arricchite con la guerra o nel dopoguerra e che necessitavano di mostrare il nuovo status symbol. Il primo palco sulla destra entrando nel teatro era della famiglia S., antica nobiltà terriera. La giovane Contessa I. era brillante, divertente, democratica e amava circondarsi di persone con queste caratteristiche. Essere invitati nel palco era anche un segno di riconoscimento sociale o di miglioramento dalle precedenti condizioni non floride. Chi andava lì desiderava “essere visto”, e quindi si appalesava con gli ammennicoli di abbigliamento appena descritti. Si assisteva però a significativi cali di stile quando molti degli invitati si presentavano con binocoli da marina, che nulla avrebbero aggiunto ad un bersaglio distante appena 3-4 metri.

Il normale andamento degli spettacoli era quello di una paciosa manifestazione divertente e divertita, anche se il numero di poliziotti e pompieri poteva suggerire rischi di sommosse popolari o di incendi. Nulla di tutto ciò: il servizio al Verdi era uno dei più ambiti e si sa di agenti disposti a rinunciare allo straordinario pur di vedere da vicino le stelle dell’avanspettacolo e magari sbirciarle in momenti di intimità. Non furono mai segnalate minacce o incendi all’interno del teatro, grazie allo spiegamento in forze di PS e VVFF.

L’avanspettacolo iniziava con l’attor giovane che introduceva storie pruriginose, con un crescendo di allusioni che rendevano in genere divertita la platea. I palchi avevano un approccio più conservatore e rimpiangevano un passato, di cui in genere avevano assai poca nozione. Il Loggione invece era costituito da persone che provenivano in genere dal contado e che erano anche facili al riscaldo. Questo veniva anche accentuato dal fatto che in Via Carlo Mayer c’erano un paio di bar e osterie che servivano libagioni euforizzanti.

Vi fu una sola eccezione in questa ordinata sequenza. Le ballerine avevano fatto il loro dovere e la passerella aveva visto uno schieramento di signorine in grande forma e in abiti succinti sotto i cumuli delle paillettes. L’applauso arrivò caldo dalla platea, più signorilmente contenuto dai palchi e decisamente entusiastico dal Loggione.

Infine scese la stella o regina, più alta e più ricca in tutto rispetto alle altre ballerine e avvolta in mantelli dorati. Dopo un piccolo accenno di danza sul palcoscenico, la regina cominciava a lasciare cadere con leganza il mantello e a fare apparire la prima pelle scoperta. Seguivano altri studiati movimenti nel percorso dal palco alla passerella, con lancio di ulteriori preziosi vestiti nella platea. Pochi passi, ma sufficienti alla regina a rimanere con un limitato numero di centimetri quadrati di pelle strategicamente coperti da appositi tessuti adesivi. La regina accennava poche mosse sulla passerella, fornendo ampia visione di sé sia agli specializzati osservatori con binocoli (questi venivano addirittura rovesciati per rendere visibili i selezionati dettagli carnali) che alla platea, che si accontentava invece di uno spettacolo più tranquillo. Gli ospiti del Loggione invece partecipavano alla grande allo spettacolo e alla immagine della regina nella sua voluttuosa apparizione, un quadro ben diverso da quello che avrebbero trovato tornando a casa. In genere la partecipazione era significata da qualche fischio di approvazione riguardo alla regina o da sommessi propositi di che cosa avrebbero fatto con lei.

Solo una sera avvenne una rottura di questo magico equilibrio. Uno spettatore arrivato in motorino dal Bivio di Medelana trovò le grazie esposte della regina particolarmente interessanti, ma – secondo lui – necessitanti di una più approfondita ispezione e valutazione. Era arrivato presto per riuscire a trovare un posto centrale in Loggione. Dal centro ove era, si alzò in piedi e lanciò un vigoroso richiamo alla regina chiedendo una variante:”Dibensù, bela, cavat via cal Loden”.

Seguì grande confusione per la novità, la Forza Pubblica impegnata in sguardi lubrichi si risvegliò e si lanciò sul maleducato spettatore che aveva osato richiedere lo spostamento di un numero micrometrico di centimetri quadrati di tessuto. La confusione coinvolse anche il corpo di ballo, che cercò di proteggere la regina, la meno preoccupata di tutto e già pronta a togliere il Loden come da richiesta.

Questo spiacque a tutti gli altri spettatori, che avrebbero apprezzato una variante pepata alla convenzionale rivista. Dopo quella sera, il corpo di ballo non fu più invitato a Ferrara, in quanto ritenuto dotato di atteggiamenti troppo provocatori.

Fabio Malavasi