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PARTITO COMUNISTA BRITANNICO: QUASI UN SECOLO DI DISFATTE DA SETTARISMO

febbraio 2015 by:

Nessuno ovviamente si cura dei comunisti inglesi, nati nel 1920 (un anno prima di quelli italiani) come aspiranti bolscevichi e mai aggiornati. Se ne parliamo è perchè la stessa fine hanno fatto  i comunisti italiani, che pure al loro confronto sono stati dei trionfatori. Muovendo dagli eroismi partigiani e dagli assassinii gappisti, i nostri raggiunsero tutti i possibili vertici del potere, pagando però i prezzi del successo, compresa l’abiura dei suoi capi, compreso l’asservimento alla Nato. Oggi sono una ‘Ditta’ fallita, gestita nella sua grossa componente prospera, da ex democristiani.

Nella guerra civile di Spagna i comunisti britannici dettero l’impressione di fare quasi tutto loro. Nel 1920 era stato fiducioso il giudizio di Mosca sulle possibilità d’azione del marxismo in Gran Bretagna, allora il capofila mondiale del capitalismo imperialista. Nell’estate di quell’anno il primo ministro Lloyd George si diceva preparato ad affrontare nel suo paese conati di rivoluzione. Ministro della Guerra era il giovane Winston Churchill, regista e condottiero dell’intervento alleato contro i bolscevichi. Egli non faceva mistero dei suoi calcoli: si augurava che l’estrema sinistra inglese uscisse allo scoperto, così i suoi reggimenti avrebbero dissolto le illusioni di Lenin.

Se molti nelle classi dirigenti inglesi si disponevano a sostenere l’assalto sovversivo, nessuno dubitava che esso sarebbe stato respinto dal fermo consenso degli inglesi sull’assetto della loro società. Non si dimentichi che l’Impero era intatto, anzi la vittoria del 1918 l’aveva appena ingrossato con le prede coloniali strappate alla Germania e alla Turchia. In questo senso l’Establishment conosceva gli inglesi ben meglio del geniale Lenin.

E’ vero, la vittoria  era stata presto seguita da disoccupazione in massa e da recessione;  già nel 1917 si erano manifestati scoramento, segni di disfattismo, episodiche rivolte nell’Esercito, agitazioni violente nei cantieri navali della Clyde, persino uno sciopero nazionale della polizia. Un morto durante gli scontri di Liverpool aveva fatto un’impressione che non si capirebbe se non si tenesse conto dell’eccezionale violenza politica del momento. Nel 1919 si era ritenuto opportuno inviare alcune cannoniere nell’estuario della Mersey. Lì era più forte il risentimento dei lavoratori di sinistra per la campagna di Churchill in Russia: sia perché diretta contro i compagni bolscevichi, sia perché prolungava una guerra atroce.

In questa fase di attesa rivoluzionaria i gruppi marxisti britannici si strinsero in unità per passare all’azione. Il I° agosto 1920 la convenzione comunista di Londra votò all’unanimità il programma massimo di instaurare in Gran Bretagna il sistema dei Soviet (dittatura del proletariato e collettivizzazioni). Scontata l’adesione alla Terza Internazionale, c’era da decidere il passo successivo:  agire nell’ambito del congegno parlamentare, a fianco del Labour opportunista e contagiato dalla democrazia borghese, oppure intraprendere il cammino della violenza. In proposito Lenin si era pronunciato con la celebre direttiva: sostenere il Labour “come la corda sostiene l’impiccato”. Col senno di poi va detto che il leader della rivoluzione mondiale non era infallibile se considerava il riformismo condannato e gli inglesi guadagnabili alla rivoluzione. In quel momento i comunisti britannici non potevano trovare facile seguire le direttive di Lenin. Egli era sì un grandissimo leader, però stava in Russia.

Un delegato alla Convenzione presentò una mozione significativa del clima che viveva l’estrema sinistra: impegnarsi nella tattica parlamentare non aveva senso, era troppo vicina la rivoluzione. Ma prevalsero punti di vista meno sconsiderati. Si ammise che abbattere il capitalismo nella sua fortezza britannica richiedeva alquanto più tempo e sforzo. Comunque la risoluzione finale della Convenzione impegnò l’esecutivo del movimento a nominare subito commissari per i viveri, gli alloggi e i combustibili nella fase rivoluzionaria.

Con scarse conseguenze. Bastarono tre mesi per dimostrare che la Gran Bretagna non era pronta per la rivoluzione. Forse, secondo una congettura fatta mezzo secolo dopo da Robin Page Arnot, uno dei leader del movimento, ‘si era perso l’autobus’. Il partito avrebbe dovuto passare all’azione immediatamente dopo l’Armistizio. Per parte sua il Labour rifiutò la parte dell’impiccato assegnatagli da Lenin. Non accettò l’affiliazione dei comunisti, e questi ultimi, impossibilitati dall’esiguità dei loro numeri ad avviare una propria azione legale, intrapresero attività più o meno clandestine che procurarono loro processi, repressioni poliziesche e la corale ostilità di stampa e opinione pubblica. I comunisti inglesi si caratterizzarono per sempre -come del resto volevano- agenti di Mosca e fautori della sovversione invece che delle riforme.

Quattro anni dopo, il governo minoritario del laburista Ramsey MacDonald perdette l’appoggio dei liberali; cadde per non avere perseguito con sufficiente rigore J.R.Campbell, direttore del foglio comunista ‘Workers’ Weekly’,  che aveva incitato i soldati a volgere le armi contro i capitalisti. La crisi portò alle elezioni generali. Quattro giorni prima del voto il quotidiano ‘Daily Mail’ pubblicò la cosiddetta ‘lettera Zinoviev’: il capo del Comintern istruiva i comunisti inglesi su come insorgere. La lettera era quasi certamente apocrifa, ma il momento era estremamente teso. I candidati comunisti furono sconfitti, a parte il seggio ai Comuni che un facoltoso oriundo indiano, Shapurji Saklatvala, riuscì a conservare ai Comuni.

Fu anche la disfatta del Labour, sospettato di indulgenza verso i rossi. Il partito conservatore andò al potere e già nell’autunno 1925 colpì duro sui comunisti, arrestandone un migliaio e sfasciandone la struttura direttiva. Tutti i candidati comunisti furono sconfitti alle elezioni politiche del 1929. Fu rafforzato il divieto di affiliazione al Labour.

Aderendo sempre più strettamente alla linea del Comintern, ormai di Stalin, i comunisti inglesi si volsero contro i “socialfascisti” del Labour. Negli anni Trenta, soprattutto dopo l’avvento di Hitler e lo scoppio della Guerra civile in Spagna, si infittirono le adesioni di manipoli intellettuali e operai; però la linea restò settaria e astratta, come settarie e astratte erano le posizioni dell’antifascismo iberico. Nessun tentativo di parlare all’uomo della strada, di assecondarlo in qualcosa pur di guadagnarlo. Alcuni decenni dopo i comunismi si sono estinti in Europa e quasi ovunque, per l’illusione d’essere migliori e più etici di tutti gli altri, più congeniali a gusti e vezzi degli intellettuali, della gente dello spettacolo, degli operai e pensionati sindacalizzati, degli studenti.

I comunisti britannici mantennero il controllo dei connazionali che combattevano in Spagna e non risulta si opponessero alle liquidazioni operate dai commissari politici. Nemmeno si dissociarono dalle purghe che in Urss decimarono i capi bolscevichi della prima ora. I due leader del Pc britannico, l’ex operaio Harry Pollitt e l’intellettuale Rajani Palme Dutt, figlio di un medico indiano e di una ricca svedese, plaudirono senza riserve ai processi e alle esecuzioni di Stalin. Tutto ciò non attenuò l’ostilità dei britannici verso un partito fanatico e asservito all’Urss. Nelle elezioni generali del 1945, nonostante la guerra vinta a fianco dei sovietici, i comunisti non ottennero che due deputati. Li persero nel voto di cinque  anni dopo.

Così accanito era lo stalinismo dei dirigenti del Pc britannico che né le rivelazioni di Krusciov al XX congresso del Pcus, né i fatti d’Ungheria determinarono un esame di coscienza. Sarà necessaria l’invasione della Cecoslovacchia perché un congresso del Pc britannico condannasse un’azione compiuta dai sovietici.

Ormai era tardi. Partiti nel 1920 nella maniera più sbagliata possibile -come movimento filobolscevico in un contesto troppo lontano da quello russo- negli anni successivi i comunisti inglesi si fecero dominare in tutto dall’Urss e persero ogni ruolo. Se qualche volta hanno potuto far sentire una propria assai fioca voce a Westminster, è stato grazie all’ereditarietà dei Lords. Lì qualche raro, eccentrico aristocratico, membro per nascita della Camera Alta, ha potuto rappresentarvi il ‘partito delle grandi masse’.

A.M.Calderazzi