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LA RESISTENZA COME LA GRANDE GUERRA GLORIE PER SOLI PATRIOTTARDI E SETTARI

giugno 2015 by:

Non poteva che andare così: le azioni partigiane che provocarono rappresaglie appaiono gloriose ai fautori della Resistenza; sono giudicate spietate e infami dalle popolazioni che subirono le vendette, nonché dagli avversari della Resistenza (sono assai più numerosi di quel che ci eravamo abituati a pensare). Tutto ciò è addirittura banale; merita solo qua e là dei distinguo. Per esempio non è stato detto abbastanza chiaro che a volte i capi comunisti non approvarono l’assassinio quale strumento principe della resistenza: anche per l’esiguità degli apporti di tutti i Maquis alla sconfitta del Reich. Vedremo un eccidio ‘proletario’ che Palmiro Togliatti disapprovò.

Forse, non sempre, le ricerche degli storici stranieri sono alquanto meno segnate dalle posizioni ideologiche. Uno di essi, Michael Foot docente all’University College di Londra, pubblicò nel 2009 un libro Divided Country (“Fratture d’Italia” nella traduzione italiana) specificamente concentrato sulla memoria divisa, cioè sulle contrapposizioni della memoria “da Caporetto al G8 di Genova”. Una delle idee-forza del libro è: “Molti di quanti per le rappresaglie persero parenti o amici accusano i partigiani di avere provocato i massacri, di non essere stati in grado di proteggere le popolazioni, di non essersi consegnati per risparmiare queste ultime. Pertanto la responsabilità delle stragi, benché perpetrate da truppe tedesche, era dei partigiani che avevano compiuto attacchi inutili e scriteriati, lasciando i civili indifesi e scatenando la ferocia dei tedeschi. Queste ‘scandalose’ narrazioni si scagliano contro i tradizionali discorsi di sinistra sulla resistenza”.

Così, quanto all’eccidio alle Fosse Ardeatine, “molti romani restano convinti che i partigiani, i cui attacchi provocarono la ritorsione nazista, avrebbero potuto e dovuto consegnarsi”. Invece secondo Foot “un’intera generazione fu contaminata dalla memoria antipartigiana, nonostante i partigiani non avrebbero potuto evitare la rappresaglia consegnandosi”.

Questo “nonostante non avrebbero potuto” è fondato in quanto le SS abbiano fatto la rappresaglia immediatamente dopo l’attentato. E’ perfettamente falso ove in realtà i sicari abbiano avuto il tempo di sacrificarsi al posto degli ostaggi. La giustificazione degli attentatori è che i germanici non fecero un bando minatorio, bensì scelsero i condannati a morire, li trasportarono alle Fosse Ardeatine e li uccisero. Una giustificazione grottesca: gli attentatori erano certi che la rappresaglia ci sarebbe stata, per gli spietati precedenti nell’intera Europa occupata. Anzi avevano fatto l’attentato nella speranza che Roma, colpita da una reazione germanica molto crudele, si sollevasse. Non si sollevò.

Dunque c’è solo una differenza quantitativa tra le “spallate di Cadorna”, che produssero il grosso dei morti della Grande Guerra, e le glorie partigiane. Le une come le altre furono supreme ferocie contro l’uomo. Oggi è quasi unanime l’odio per i Grandi Criminali che condannarono a morire tanti uomini che non si curavano di Trento, di Trieste, della grandezza diplomatico-militare del Regno. Perché non dovremmo odiare coloro che imposero la loro volontà assassina, immolando tanti civili che volevano vivere, non scacciare l’invasore né i suoi alleati?

Va detto che a proposito delle Fosse Ardeatine l’autore britannico accantona scopertamente lo sforzo di imparzialità che mette a proposito di altre rappresaglie. Arriva a scrivere: “La storia della mancata consegna degli attentatori faceva parte della propaganda del Vaticano, che accusava gli antifascisti delle ritorsioni tedesche”. Ammette però: “Queste falsificazioni della storia sono legate in parte anche ai dubbi sul ruolo dei partigiani stessi, dubbi ricorrenti persino nella sinistra.” Questi dubbi sono spesso conclamati dallo stesso Foot: “Come in Spagna, i comunisti non erano restii all’eliminazione fisica degli avversari (…) La storia della resistenza diventa reale quando viene raccontata nella sua interezza, con tutti i suoi vizi”.

Il capitolo ‘Resa dei conti e Memoria’ di “Fratture d’Italia” reca come epigrafe, a pag.353, il paragrafo di uno spregevole celebratore delle ferocie partigiane, Beppe Fenoglio: “Tutti, tutti li dovete ammazzare, non uno di essi merita di meno (…) Chi quel giorno non sarà sporco di sangue fino alle ascelle, non venitemi a dire che è un buon patriota”. Foot ha dedicato la sua opera a tratti settaria “a mio zio Michael Foot”: è possibile che lo zio fosse il Foot che negli anni Sessanta fu a lungo il capo della sinistra del Labour. Il Nostro rievoca alcuni fatti del regolamento dei conti tra vincitori e vinti, dopo il 25 aprile, che dovettero entusiasmare il mite Fenoglio.

Il 28 aprile quarantatre soldati della Repubblica Sociale che si erano già arresi, sventolando bandiera bianca, furono fucilati contro il muro del cimitero di Rovetta (val Seriana). Foot descrive così la modalità di un altro fatto, a Schio, anch’esso a guerra terminata: “I partigiani trovarono in un bar il direttore del carcere dov’erano rinchiusi i prigionieri. Aveva con sé le chiavi della prigione. Fucilarono una settantina di repubblichini, che stavano per essere liberati. La strage fu criticata da Togliatti e da altri comunisti. (…) Nel settembre 1945 un processo contro gli stessi uccisori si concluse con due ergastoli e tre condanne capitali (queste ultime mai eseguite). Alcuni degli accusati erano già fuggiti in Cecoslovacchia o in Jugoslavia. Un nuovo processo si tenne a Milano nel 1952, con un ergastolo e sette condanne in contumacia. Sulla scia dell’eccidio la ‘Unità’ attaccò una parte degli assassini come ‘falsi partigiani e trotzkisti’.

Ecco la nostra conclusione: è arrivato il tempo di rifiutare l’obbligo di contestualizzare la ferocia. Basta: settanta anni di verità di regime, di verità addomesticate e di verità taciute sono troppi. Nazisti e fascisti furono spietati; spietati, in nulla migliori, furono i partigiani, soprattutto quelli che condividevano principi e metodi prima leninisti-bolscevichi, poi stalinisti. E, magari volendo contestualizzare ancora, diciamo oggi ciò che un tempo era blasfemo: la Resistenza non é stata più umana e più nobile della Grande Guerra. Entrambe furono articoli di fede per gli invasati della patria e per i settari; furono una sventura, cioè un crimine, per tutti gli altri.

A.M.C.