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LE AUTOBIOGRAFIE POSSONO SERVIRE POCO MA AL PEGGIO INCURIOSISCONO

ottobre 2015 by:

Se un bello spirito si metta in testa di argomentare contro il genere dell’autobiografia, è possibile che scelga come bersaglio “Confronting History- A Memoir” di George L. Mosse, pubblicata nel 2000 dall’Università del Wisconsin, tradotta da Laterza col titolo “Di fronte alla storia”. Secondo il suo seguace Emilio Gentile, autore di una Premessa all’edizione italiana, Mosse fu “uno dei più originali e innovativi storici dell’età contemporanea. Renzo De Felice molto lo ammirava. Credo si possa parlare, senza esagerazione, di una ‘rivoluzione mossiana’ nella storiografia sul fascismo e sul nazionalismo. Mosse sfidava gli approcci e le interpretazioni storiche convenzionali, operando da ‘agente provocatore’ per sfidare e violare pregiudizi, tabù, conformismi; convinto che la storia deve demistificare la realtà, indagare e penetrare i miti di cui gli esseri umani vivono.

Mosse, continua il professor Gentile, ha studiato il fascismo il nazionalismo il razzismo sforzandosi di situarsi all’interno di questi movimenti. Mosse:”Sono fermamente convinto che per comprendere il passato uno storico debba empatizzare con esso, in modo da vedere il mondo attraverso gli occhi dei suoi attori”.

Dal canto suo Walter Laqueur, che ha scritto la prefazione a “Di fronte alla storia”, sottolinea che Mosse divenne una leggenda quando era ancora in vita (morì nel 1996). Lacqueur vanta di avere cofondato e codiretto con Mosse il ‘Journal of Contemporary History’: ‘George era per temperamento un radical, ma in lui c’era uno spirito di tolleranza raro tra i ribelli. Incoraggiava i suoi studenti a leggere Marx in un’epoca in cui questo era nettamente fuori moda, ma pretendeva che leggessero anche i pensatori della destra. Non aveva la minima simpatia per gli atteggiamenti radical chic e per la correttezza politica.

Abbiamo azzardato che queste Memorie di Mosse facciano il gioco di chi voglia sconsigliare qualsiasi autobiografia, in quanto esse spronano sì a leggere le due dozzine di lavori di Mosse, ma non informano sui suoi particolari contributi alla storia del fascismo e del nazismo. Piuttosto “Di fronte alla storia” racconta, fin troppo, la storia interiore di George Mosse attraverso le vicende e le occasioni, grandi e spesso piccole, della sua esistenza quale individuo. Come malignerebbe un immaginario avversario di tutte le memorie, la ‘storia di se stesso’ è troppo poco per conoscere il concreto pensiero di uno storico.

Per esempio: Mosse racconta per filo e per segno il suo girovagare nel mondo, il suo cambiare alloggio; il suo ascendere in dettaglio nelle comunità accademiche delle università dell’Iowa, del Wisconsin e della Hebrew University di Gerusalemme; chi erano e come erano gli uomini e le donne- soprattutto docenti ma anche consorti, bibliotecarie, segretarie- che punteggiarono il suo gradus ad Parnassum. Ci descrive affettuosamente gli alloggi che abitò. Soprattutto ci informa spesso, quasi incessantemente, che è ebreo, che è omosessuale, di come evolvettero nei decenni la condizione e la psicologia di lui accademico, omosessuale ed ebreo.

Tutto questo non manca di un certo interesse; ma non ci aiuta in modo diretto e aperto a pensare meglio il fascismo, il nazismo, le società guadagnate al fascismo, la natia Germania e quello che Mosse chiama il pensiero ‘voelkisch”.

Le circostanze della sua vita sono certamente insolite. Nato nel 1918, rampollo di una famiglia molto ricca dell’alta borghesia ebraica, negli anni di Weimar fu educato nel rigido collegio Schloss Salem, talmente esclusivo da avere tra i discepoli il principe Filippo, futuro consorte della regina Elisabetta. Oltre a possedere tenute, grandi case e complessi immobiliari nel centro della capitale guglielmina, il padre del Nostro, Rudolf Markus Mosse, fondò la più grossa azienda pubblicitaria del Secondo Reich; in più un impero editoriale il cui fiore all’occhiello era il ‘Berliner Tageblatt’. All’avvento di Hitler la famiglia Mosse era già riparata a Parigi; il quindicenne Georg viaggiò da solo per raggiungerla. Seguirono gli studi a Cambridge, Harvard e altrove, poi l’emigrazione negli Stati Uniti e l’avvio di una carriera di didatta universitario molto dotato. Gli studenti accorrevano in massa alle sue lezioni, gli allievi migliori pubblicavano e ottenevano cattedre. L’evento più singolare, per un intellettuale ‘liberal’ sfuggito per un soffio al campo di sterminio, fu che alla caduta del comunismo si vide restituire gran parte dell’ingente fortuna dei Mosse.

L’Italia è stato il paese nel quale il Nostro si è affermato di più: anche se, all’inizio, la sua interpretazione del fascismo come manifestazione di una “nuova politica” (il suo libro più noto fu “Nazionalizzazione delle masse”) fu unanimemente respinta dalla storiografia progressista nostrana. Poi il perbenismo antifascista è molto cambiato: oggi pochi collocherebbero a destra George Mosse, come fecero i censori allineati.

Jone