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PRESENTIAMO DI D. REYBROUCK “CONTRO LE ELEZIONI. VOTARE NON E’ PIU’ DEMOCRATICO” (FELTRINELLI)

novembre 2015 by:

Il recente saggio del belga David Reybrouck -la cui opera precedente “Congo” è stato un bestseller- reca ad epigrafe un pensiero di J.J.Rousseau la cui verità quasi nessuno più contesta: “Il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia di grosso. Lo è soltanto nell’elezione dei membri del Parlamento; appena questi sono eletti esso torna schiavo, non è più niente”. Peccato che Jean-Jacques attribuì l’illusione di libertà al ‘popolo inglese’ invece che alla sua esigua minoranza aristocratica e altoborghese, che verso la metà del Settecento era sola a votare.

Qui riportiamo, riassumendo o spesso citando testualmente, i concetti essenziali del libro.

La prima parte, davvero incontrovertibile, di ‘Contro le elezioni’ argomenta che il metodo elettorale fu introdotto quale strumento elitista/classista, dunque non democratico. Ragiona l’Autore: “Ogni sistema politico deve trovare un equilibrio tra due parametri fondamentali, legittimità ed efficienza. Oggi però le democrazie occidentali si confrontano con la necessità di scegliere altro. La crisi della legittimità si manifesta anzitutto nel fatto che sempre meno persone si prendono la briga di andare a votare. L’astensionismo sta diventando la maggiore delle forza politiche. In questo stato di cose le istituzioni espresse dalle urne non si possono più considerare rappresentative”.

“In secondo luogo il voto è quanto mai volubile: i risultati elettorali sono i più instabili nella storia dell’Europa occidentale. Sempre meno gente aderisce a un partito, di conseguenza la militanza diminuisce”. Oltre a conoscere una grave crisi di legittimità, la democrazia basata sulle elezioni è sempre meno capace di azione. I parlamenti impiegano fino a una quindicina d’anni per riuscire a votare certe leggi. I governi fanno crescente fatica a formarsi: nel 2010 il paese di Van Reybrouck è restato un anno e mezzo senza Esecutivo. Inoltre i partiti di governo sono sempre più spesso puniti dagli elettori.

Dunque l’azione politica, per esempio riforme e grandi opere, richiede sempre tempi lunghi per le tante febbri elettorali e per i contrasti tra partiti e tra altri attori. L’Autore: “La politica è sempre stata l’arte del possibile, ma oggi diventa l’arte del microscopico”. L’operato dei partiti suscita sistematicamente disprezzo. Cresce la difficoltà di coinvolgere uomini nuovi e capaci di entusiasmo. Ha osservato Van Rompuy, presidente del Consiglio Europeo fino al dicembre 2014: “Il funzionamento delle nostre democrazie logora la gente a ritmo spaventoso”.

Invece di andare alla ricerca di nuove forme di governo, il politico è costretto a partecipare al vecchio, estenuante gioco mediatico-elettorale. ”Si delinea così la sindrome della stanchezza democratica. Una conseguenza esasperata del professionismo politico è la formazione di vere e proprie dinastie familiari. E il Parlamento non è più la sede di processi costruttivi o virtuosi. A esaminare più da vicino movimenti come Occupy Wall Street e Indignados si è colpiti dalla virulenza del loro antiparlamentarismo. Quei movimenti propongono invece una deep democracy: orizzontale, diretta, partecipativa. Insomma la true democracy. Per loro i parlamenti e i partiti hanno FATTO IL LORO TEMPO.

La Grande Guerra viene attribuita da molti agli eccessi della democrazia borghese del XIX secolo; è per questo che Lenin, Mussolini e Hitler riuscirono ad annientare il sistema parlamentare. Si dimentica che alle origini sia il comunismo, sia il fascismo erano tentativi di dinamizzare la democrazia. Nel suo celebre “Stato e rivoluzione” (1918) Lenin teorizzò la sparizione del parlamentarismo: ”Nei parlamenti si turlupina il popolo”.

Come guarire una democrazia così malata? Sicuramente NON mandando in parlamento persone diverse, come sostengono i populisti (e come fanno le Cinque Stelle). Una trasfusione di sangue in un corpo gravemente malato non promette guarigione. La promette un approccio drasticamente nuovo: abolire le elezioni, le quali cancellano la sovranità del popolo; passare al sorteggio, strumento di democrazia diretta. Cioè passare alla casualità della scelta, alla rotazione rapida dei sorteggiati, alla non rinnovabilità dei mandati. In altre parole alla Randomcrazia, che uccide il professionismo castale dei politici. La democrazia ateniese, sottolinea van Reybrouck, era contraddistinta dalla successione rapida dei mandati, attribuiti quasi tutti dal sorteggio. Si era membri della Eliea (tribunale del popolo) per un solo giorno (si è sostenuto che almeno in alcune fasi si poteva essere arconti per un giorno!). Aristotele scriveva senza mezzi termini: “Il sorteggio è democratico, l’elezione è oligarchica”. In effetti il tratto distintivo della libertà è l’essere a turno governati e governanti. Oggi invece imperversa l’oligarchizzazione della democrazia.

L’ipotesi della convivenza sorteggio-elezioni

Ammette però Van Reybrouck: “Se ci si accontenta di far regredire la partitocrazia invece di eliminarla, può essere saggio far coesistere la rappresentanza tradizionale con una formula di democrazia diretta. I grandi partiti, che hanno in mano lo Stato, fanno di tutto per difendere il fondamentalismo elettorale: per loro le elezioni sono sacre.

Il secolo XIX fu l’era del trionfo liberal-costituzionale, cioè del passaggio più o meno largo del potere dall’aristocrazia all’alta borghesia. L’una e l’altra si allearono stabilmente per sventare l’affermazione politica delle classi inferiori. Lo strumento di questa asserzione oligarchica fu il parlamentarismo. La rivoluzione europea si aristocratizzò. Per esempio in Belgio il diritto di votare per la Costituente del 1830 fu limitato a 46.000 cittadini maschi e possidenti, ossia a meno dell’1% della popolazione nazionale. Risultò un’assemblea di 200 membri così composta: 46 nobili, 38 avvocati, 21 magistrati, 13 ecclesiastici. Essa istituì una Seconda Camera (Senato) estremamente elitaria: erano eleggibili poche centinaia di persone, tutte della classe alta. E sì che la Costituzione belga era per così dire democratica: votava un belga su 95 cittadini, contro uno su 160 in Francia. Quasi tutte le Costituzioni europee, comprese alcune che vennero dopo la Grande Guerra, assomigliarono a quella belga. Il sorteggio ateniese, che nel Medioevo delle città-stato italiane si era notevolmente affermato, capitolò di fronte alle urne elettorali. Eppure le elezioni non erano state concepite come strumento di democrazia.

Il quarto e ultimo capitolo del libro di Van Reybrouck è dedicato alle numerose alternative alla democrazia rappresentativa che vengono avanzate dai politologi, specialmente accademici. Finora tutte le formule hanno mancato di cogenza di fronte al monolitismo dell’assioma secondo cui senza elezioni non c’è democrazia.

L’autore data al 1988 la riscoperta del sorteggio: a un articolo di James Fishkin, giovane professore dell’università del Texas, su “The Atlantic Monthly”, e al saggio “Strong Democracy” del politologo Benjamin Barber. Fishkin proponeva che un corpo di 1500 sorteggiati si pronunciasse con effetti significativi sui candidati alla Casa Bianca e sui loro programmi. Naturalmente Fishkin sottolinea che la sua ‘democrazia deliberativa’ risaliva ad Atene “dove le decisioni cruciali venivano prese da alcune centinaia di cittadini estratti a sorte. Oggi nessun ricercatore serio mette in discussione l’impulso che la democrazia deliberativa può dare al risanamento della rappresentanza”. Il dinamico impegno di Fishkin promosse una serie di iniziative popolari, a valle delle quali p.es. il Texas risultò nel 2007 primo tra gli Stati dell’Unione ad installare turbine eoliche.

Al lavoro pionieristico di Fishkin seguirono nel mondo centinaia di progetti partecipativi, in ambiti diversificati: Irlanda del Nord, Germania, Danimarca, Gran Bretagna, Cina e ancora USA. Furono sperimentate le formule più varie, dai ”Town Hall meetings’ al ‘Conclave democratico’ di migliaia di cittadini programmato per il 2020 dal primo ministro australiano Kevin Rudd. Più ambiziosi e ancora più ufficiali gli esperimenti avviati in Canada, Olanda e Islanda. Tuttavia, a poco meno di un trentennio dalla comparsa di Fishkin, i movimenti orientati verso la democrazia diretta hanno portato a poche realizzazioni. Le urne elettorali continuano a dominare le democrazie.

Eppure nel 1992 era avvenuto negli Stati Uniti un fatto talmente sintomatico da suscitare senzazione nel mondo intero. Un imprenditore di successo che aspirava alla Casa Bianca, Ross Perot, ottenne metà dei voti andati al presidente Bush padre con una proposta dirompente. Pur non abolendo l’istituzione parlamentare di vertice (Congresso), la proposta Perot la superava o esautorava. “Gli Americani sono i proprietari del paese. Se mi eleggeranno presidente, io esporrò loro i termini dei problemi principali, ed essi mi faranno conoscere il loro giudizio con tutti i mezzi di una tecnologia in fase di esplosione, il Congresso non oserà contraddire il popolo. Le volontà dei cittadini diverranno leggi o azioni esecutive”.

Lo scalpore fu straordinario. Per vari mesi la dirompente proposta Perot fu discussa dai commentatori del pianeta intero. Si parlò di fine del parlamentarismo e di ‘ritorno ad Atene’. Il vice presidente Al Gore mostrò di condividere l’auspicio di “a new Athenian democracy”. Tuttavia passate le elezioni presidenziali lo scalpore finì, non si parlò più di svolte. Oggi gli americani non sono affatto ‘i proprietari degli Stati Uniti’, bensì’ un popolo di sudditi dei politici. La sovranità la esercitano solo il giorno delle elezioni, quando danno delega, anzi procura generale non revocabile, ai politici. Le prospettive di democrazia diretta più o meno selettiva restano lontane. La fiducia dei cittadini nel sistema rappresentativo si assottiglia fortemente, ma il monopolio delle urne tiene.

In Italia gli studiosi accademici sanno che i loro colleghi stranieri, soprattutto negli Stati Uniti, lavorano a sviluppare alternative alle urne, senza che ciò li induca a fare altrettanto. A questo fine, gli accademici italiani è come non esistessero.

Verso la randomcrazia

Le ultime pagine di “Contro le elezioni” sono dedicate ai dettagli dei progetti d’innovazione affiorati in vari paesi, specialmente Canada (British Columbia e Ontario), Olanda, Islanda, Irlanda. In vari casi si propongono sistemi misti elezioni/sorteggio: cioè co-sovranità di una Camera eletta e l’altra sorteggiata. In Islanda il testo di una nuova Costituzione è stato elaborato da vari organismi della società civile. Il referendum svolto nel 2012 lo ha approvato coll’80% dei voti popolari. Anche l’Irlanda ha affidato (2013) a una Convenzione di cittadini scelti a sorte la stesura di una nuova Carta fondamentale.

E’ giusto evidenziare che in cinque paesi -British Columbia, Ontario, Olanda, Islanda, Irlanda- le iniziative d’innovazione sono state fatte proprie ufficialmente, e supportate con finanziamenti, dai rispettivi Governi o Parlamenti. E che sono in corso d’elaborazione almeno una ventina di formule che negli assetti bicamerali prevedono il sorteggio per una delle assemblee. Già nel 1985 gli studiosi statunitensi E. Callenbach e M,Phillips previdero il sorteggio per la House of Representatives nazionale. Una delle loro argomentazioni: il sistema elettivo puro è troppo esposto alla corruzione, mentre col sorteggio il potere del denaro è minimo. Non può comprare tutti i cittadini.

Il sorteggio di una Camera su due è stato proposto in Gran Bretagna da Barnett e Carty (sorteggiare i Lords) oppure sorteggiare i Comuni (Sutherland, 2011). In Francia il progetto di Yves Sintomer istituisce una Terza assemblea sorteggiata. Per l’Unione Europea il professore tedesco Hubert Buchstein prevede una Camera di 200 sorteggiati che si aggiunga al Parlamento di Strasburgo, con competenze uguali. Van Reybrouck osserva che queste ultime proposte riguardano paesi molto grandi (USA, UK, Francia, Unione Europea): “E’ passato il tempo che il sorteggio appariva adatto solo alle città-stato e ai microstati”.

Nella primavera 2013 la rivista specialistica “Journal of Public Deliberation” pubblicò il progetto di Terril Bouricius, per 20 anni parlamentare del Vermont. Rifacendosi alla logica del sistema ateniese, che ripartiva il processo deliberativo tra diverse istanze della democrazia diretta, Bouricius proponeva un multi-body sortition (sorteggio a più istanze). Reybrouck espone in molti dettagli -e appare far proprio- un sistema di sorteggio composto di sei organismi, tutti sorteggiati. E commenta: “La elitista distinzione tra governanti e governati sparisce completamente. Torniamo all’ideale aristotelico d’essere alternativamente governati e governanti”.

Secondo lui, è ancora presto perché in un sistema bicamerale si arrivi a sorteggiare una Camera: ”A meno che non minacci una rivoluzione, i partiti non vorranno consegnare al sorteggio metà di un parlamento bicamerale. Però ci siamo quasi”. In effetti, aggiunge, se abbiamo fiducia nel sorteggio che sceglie i giurati di un processo penale, perché non dovremmo averla anche per la funzione legislativa?” E poi: “il sistema bi-rappresentativo è il miglior rimedio alla sindrome di stanchezza democratica di cui soffriamo. Il sorteggio è una formidabile scuola di democrazia. Sarebbe interessante applicare il modello bi-rappresentativo in Belgio prima che altrove. Il Belgio ha accusato i sintomi più acuti della sindrome di stanchezza democratica. Dopo le elezioni del 2010 ci vollero 541 giorni perché si costituisse un governo: record mondiale.”.

Secondo il Nostro autore una fase pilota può immaginarsi in Irlanda,Islanda, Portogallo, Estonia, Croazia. Olanda. Del resto, secondo lui, i cittadini presi casualmente già partecipano di fatto al potere attraverso i sondaggi d’opinione, sempre più decisivi: “Le proposte di passare al sorteggio non hanno altro obiettivo che rendere trasparente un processo che esiste già.

Ecco le ultime righe del coraggioso libro belga: “Dobbiamo decolonizzare la democrazia. Dobbiamo democratizzare la democrazia. Che aspettiamo?”.

Internauta coglie questa occasione per segnalare che il proprio iniziatore, A.M.Calderazzi, è stato oltre trentanni fa verosimilmente primo nello Stivale ad auspicare a livello non accademico la fine del suffragio universale e della democrazia rappresentativa, cioè l’avvento di una democrazia semidiretta interamente basata su vari gradi di sorteggio. Sulla premessa che il sistema ateniese fu possibile perchè c’era una Polis sovrana di circa cinquantamila cittadini di diritto pieno, Calderazzi argomentava che un paese come l’Italia dovrà sostituire alle elezioni una Polis attiva di ‘supercittadini sovrani’, sorteggiati per turni di pochi mesi, non rinnovabili. L’Italia è in Occidente il sistema più corrotto e più colonizzato dai partiti. Dunque merita d’essere prima a chiudere le urne elettorali e a cancellare la casta dei politici.

Quindici anni fa -tre lustri prima di ‘Tegen verkiezingen’ (titolo originale del lavoro di Van Reybrouck) la Research Unit on Randomcracy e A.M.Calderazzi pubblicarono a Bath/Ontario e a Milano “Il Pericle elettronico: dossier sulla tecnocrazia selettiva. Materiali anglo-americani sulla superfluità delle urne e dei politici professionisti”. Internauta ha ripubblicato il dossier, pertanto esso è scaricabile gratuitamente dalla sezione Archivio.

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