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SE DOPO LA NOSTRA WEIMAR IL DITTATORE FOSSE COME LO VOLEVA JULIAN HUXLEY?

Un articolo di Stefano Folli ci annuncia con qualche autorevolezza che, come sono i pronostici sulle prossime elezioni, questa volta gli scenari alla Weimar sono vicini.  L’antico direttore del Corriere della Sera non si spinge a dire cosa verrà dopo la Weimar italiana, cioè dopo il marasma preagonico della plutodemocrazia modellata dalla Costituzione antifascista.

L’avvento di un dittatore è una della possibilità, ma l’antico direttore del Corriere non dimostra che tale avvento sarebbe più nefasto di ciò che abbiamo. Potrebbe non essere un dittatore efferato alla Adolf  Hitler,  ma un reggitore bonario  come l’aristocratico filosocialista  Miguel Primo de Rivera, che negli anni Venti fu il più provvido e il più amico del popolo tra i governanti spagnoli dalla fine dell’Illuminismo al 1923, quando fece il suo incruento e applaudito colpo di Stato.

Viene anche da pensare al dittatore immaginato nel 1935 a Londra da Julian Huxley col libretto intitolato, appunto, “Se io fossi dittatore…”. Questo Sir Julian, biologo accademico  a Oxford e altrove, era uno dei maggiori esponenti dell’Establishment scientifico inglese: nipote di Thomas H.Huxley, maestro dell’evoluzionismo; fratello del fisiologo Andrew  F. Huxley, premio Nobel, e dello scrittore e pensatore Aldous F. Huxley (“Brave New World”).  Il Nostro, Julian, fu chiamato per chiara  fama internazionale a fare il primo direttore generale dell’Unesco. Ebbene, nelle 134  pagine dell’edizione italiana (Hoepli 1935, traduttore G. Prampolini) Sir Julian enuncia ciò che fa  come dittatore dell’impero britannico, allora prima potenza al mondo. Qui riassumiamo,  usando soprattutto le parole del testo londinese.

“L’era dell’industrialismo e dell’individualismo democratico,  nella cui fase declinante viviamo noi inglesi e qualche altra nazione,  fu favorevole a un’illusione di libertà. Oggi alcuni di noi hanno compreso che quella libertà era solo apparente. La democratica libertà di voto risulta la semplice facoltà di scegliere tra due partiti  nella cui azione il votante non ha parte alcuna”.

La filosofia fondamentale del dittatore Huxley è  “un umanismo scientifico che mi detta le direttive generali di condotta che io passerò a voi. L’unica meta che mi pongo per gli inglesi è un’espansione di vita,  un insieme di esperienze più soddisfacenti, un esistere più pieno e più ricco. Lo scopo supremo è innalzare la qualità di vita del mio popolo:  più salute e longevità, case pulite, spaziose e bene arredate,  città belle, ogni possibilità di lavoro e di riposo. Un’ampia  fase di benessere fisico e mentale;  poi provvedere a soddisfare  impulsi umani più profondi. Considero mio scopo riorganizzare radicalmente la struttura della società”.

Per Sir Julian “il liberismo portò a considerare il lavoro una commodity. Ne conseguì la distruzione delle antiche idee corporative e dei vecchi rapporti organici fra le classi,  nonché l’ingrossarsi di un ceto di proletari schiavi del salario.  Come dittatore intendo fondare una comunità organica, progressiva, stabile, equilibrata. Il mondo può essere cambiato per il meglio, se lo vogliamo. Francamente,  prenderò ogni misura possibile per contrastare le opinioni contrarie alle mie. Controllerò l’istruzione, chiederò l’aiuto delle Chiese e della stampa.  Svilupperò l’efficienza della propaganda governativa. Metterò in pratica i migliori tra i congegni innovativi sperimentati in Italia, Germania e Russia, nonché nel New Deal rooseveltiano. Ma non sopprimerò le opinioni contrarie, in modo che avrò dietro di me un’opinione pubblica abbastanza unita.  I sociologhi attestano che la libertà totale finisce per generare il proprio crollo e produce un eccesso di gruppi che mirano alla sopraffazione”.

Per Huxley l’economia non deve essere più in balia della finanza. La proprietà non deve essere intoccabile. Le industrie, l’agricoltura compresa, dovranno organizzarsi in Corporazioni e in Consorzi obbligatori, che sopprimeranno le aziende superflue e i metodi operativi non scientifici.

” Ciò che per primo deve fare un buon dittatore è convincere i sudditi che egli incarna la loro volontà. Quando tiene un discorso,  Mussolini tasta il polso al popolo. Il sistema parlamentare, col suo suffragio universale, sta crollando.  Sono sorti  congegni tecnico-politici di ogni genere per saggiare l’opinione popolare. Alcuni si sono rivelati di una precisione quasi sinistra, tali da far risultare superflue le elezioni. Coglierei ogni occasione per scoprire con referendum consultivi cosa pensa realmente il popolo”.

Il dittatore Julian elenca un gran numero di applicazioni pratiche dei suoi piani di riorganizzazione avanzata: per esempio una coscrizione civile per due anni;  un corpo permanente di artisti per affrescare e abbellire con sculture gli edifici pubblici; una catena di teatri nazionali aiutati dallo Stato; centinaia di altri interventi benefici. “Oggi la grande maggioranza degli adulti britannici, se non sono disoccupati, sono così assorbiti dal lavoro che hanno poco tempo o poca energia per vivere. Così la maggior parte delle loro ricche risorse resta inutilizzata. Non esistono possibilità di soddisfare le aspirazioni profonde dell’uomo. Manca la coscienza di un senso comune alla nazione. Invece il comunismo e il fascismo riescono a raccogliere ciò che resta dello slancio collettivo.  Da noi i più vivono una vita insoddisfacente, oppressi dalla disoccupazione o dall’eccesso di lavoro,  turbati da crucci, da  cattiva salute, dalla mancanza di sbocchi e di motivazioni degne. Nello spazio di una generazione il mio governo riuscirebbe, spero,  a cambiare le cose”.

“Terrei le redini come dittatore finché si instaurasse uno spirito sociale che assegni valore tanto all’unità,  quanto alla diversità.  La rinascita economica è un passo necessario verso tale meta;  ma soltanto un passo. Un buon dittatore deve essere rigorosamente pratico, ma anche visionario, onde condurre il suo popolo verso un destino migliore”.

Ecco dunque, nella patria della democrazia parlamentare e dell’ economia liberista -ma anche,  per l’Europa, della Grande Depressione anni Trenta-  un’ importante figura del pensiero e della scienza  affermare che il Buongoverno e l’Umanismo sono possibili solo in una dittatura illuminata: tanti sono i mali, le ferocie e semplicemente le carenze del maestoso sistema britannico, così liberista e classista.

La fantapolitica di Sir Julian sarebbe stata più suggestiva e utile se avesse descritto come era  riuscito a diventare dittatore in un paese tanto attaccato alle tradizioni, cominciando dalla venerazione del parlamento,  della corona e del collegio elettorale. Tuttavia il valore della provocazione resta: il troppo rispetto delle istituzioni vigenti è idolatria ed è orrore del pensare.

Quest’ultimo, orrore del pensare, è il misfatto che attribuiva agli inglesi Ramiro de Maeztu, con Unamuno e Ortega y Gasset il maggiore teorico spagnolo del tempo, figlio di una inglese. Il nostro Huxley era seguace di Maeztu nel proporre il ritorno al corporativismo e alla società organica.

Nel vagheggiare un reggitore amico dei proletari,  i più colpiti dalla Grande Depressione,  Sir Julian risultava aver meditato sui sei anni di governo in  Spagna del generale Miguel Primo de Rivera, il Dictador che parteggiava per i proletari e per i piccoli borghesi,  piuttosto che per l’alta aristocrazia cui apparteneva.  Furono i banchieri e i duchi grandi latifondisti  che abbatterono Primo de Rivera,  governante autoritario che  ai lavoratori  dette il primo modesto Welfare della storia nazionale, e al paese intero una modernizzazione e una prosperità cui i governanti liberali avevano  fallito  per mezzo secolo.

Nel sognare una sorte “più bella”, con buone case e una catena di teatri nazionali per i plebei, Sir Julian condivideva il giovanile  umanismo di José Antonio,  figlio del dictador  Primo de Rivera e, come Ramiro de Maeztu,  messo a morte nel 1936. Al marchese Josè Antonio, fondatore della Falange,  anche gli storici antifascisti (in Spagna; da noi, sanno di più…) riconoscono un idealistico amore per gli umili che sarebbe piaciuto al futuro capo dell’Unesco.

A.M.Calderazzi