Home » Cambiare Democrazia

Per risorgere il Papato ripudierà Roma

luglio 2017 by:

Sessantasei anni fa due preti operai furono arrestati a Parigi per atti di violenza durante una manifestazione contro il generale americano Ridgway. Fu forse la situazione limite dell’impegno a sinistra di un segmento del clero francese, impegno che aveva ricevuto qualche sostegno dai cardinali Suhar e Liénart, oltre che da prelati minori. Quell’anno stesso il Nunzio apostolico a Parigi notificò a ventisei vescovi il decreto di soppressione dei preti operai.

Oggi i preti operai risulterebbero mattoidi, non foss’altro perché l’operaismo è finito, trascinato nell’irrilevanza dalla morte del movimento comunista. La militanza antipadronale sussiste ma ha perso la nobilitazione ideologica e classista: gli agitatori sindacali sono mestieranti e non conduttori delle coscienze; le maestranze che si fanno condurre sono lontane dal voler lottare contro il sistema. Molti proletari posseggono seconde e terze case.

Passò una dozzina d’anni dalle intemperanze dei due preti operai e il cardinale tedesco Agostino Bea enunciò il principio che “la libertà dell’uomo vuol dire il suo diritto di decidere secondo la propria coscienza”. Gli ambienti conservatori insorsero: il porporato tedesco era andato oltre la carità verso l’errore, aveva proclamato insindacabile la coscienza individuale, laddove il cattolico aveva sempre dovuto inchinarsi alla Chiesa, interprete unica della Parola Rivelata. Il nostro cardinale andò per la sua strada. Precisò: chi erra in buona fede, anche in materia religiosa, adempie di fatto la legge morale e quindi la volontà di Dio, secondo la propria coscienza retta. Di fatto Bea rivendicava il valore universale della più alta tra le tesi di Lutero, il rifiuto dell’intermediazione ecclesiastica tra l’uomo e Dio, il rifiuto del magistero, per di più autoritario. Da allora più di un Pontefice ha ammesso che la Chiesa può sbagliare proprio là dove insegna, dove condanna, dove ha persino messo a morte uomini che erano santi, metti Hus e Savonarola.

Il cardinale Bea ha vinto. Il cristiano d’oggi che può fare se non prendere in parola sia il porporato che riabilita la conquista centrale della Riforma germanica, sia i papi che chiedono perdono per la Chiesa?  Ecco una delle conseguenze che discendono da secoli di riflessione cristiana: è giusto sostenere che il Papato deve lasciare Roma per alzare la Tenda biblica altrove. Per esempio fuori d’Italia. Che la gestione del cattolicesimo sia rimasta appaltata soprattutto all’alto clero italiano, espresso per una ventina di secoli prevalentemente dal patriziato italiano, è stato un lunghissimo misfatto che i futuri pontefici confesseranno come errori. Abbandonare Roma avrà il senso di ripudiare nel concreto una tradizione bimillenaria di Chiesa principesca, a lungo turpe, sempre mondana.

Sarà un trasloco sofferto e obiettivamente difficile. Ma dovrà accadere perché la Chiesa entri in una nuova vita. Essa dovrà vergognarsi dei palazzi, delle fontane e dei giardini che sono il vanto dell’Urbe e l’oltraggio della Cristianità. Dovrà pentirsi in particolare del nepotismo dei papi, la cui espressione ultima è dei nostri anni: Pio XII Pacelli fece principe un suo nipote, così come era stata la regola, magari senza connotazioni araldiche, per una ventina di secoli. Quasi tutti i pontefici vollero ricche e potenti le proprie famiglie; e se la potenza veniva loro dalla maestà spirituale del triregno, la ricchezza non poteva che provenire dai beni della Chiesa, saccheggiati dai papi nepotisti. I famosi palazzi e le fastose ville che fanno insuperabile Roma furono tutti finanziati da rapine sui beni che la Chiesa ottenne dalle donazioni di chi voleva salvarsi l’anima. Rapina sui beni destinati ‘a Cristo’.

Un giorno la Chiesa, anzi la Cattolicità avrà orrore di quel cognome arrogante “Burghesius” fatto incidere a lettere gigantesche da Paolo V sulla facciata di San Pietro: la meno santa di tutte le basiliche entra purtroppo ogni giorno in tutte le case e gli ambienti che abbiano un televisore.  Manco a dirlo, quasi non c’è gran palazzo romano che non abbia un cognome pontificio.

Qualunque altro angolo del mondo andrà bene per la tenda del Vicario di Cristo. Certo sarà meno indegno del colle dal meraviglioso giardino dove un papa eresse 1200 stanze per sé, e per i propri successori (poi vennero gli usurpatori sabaudi e quelli repubblicani, non meno ma più riprovevoli degli abitatori papali e di quelli di Casa Savoia).

Antonio Massimo Calderazzi