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Chi vuol togliere a Saturnia Tellus, il più panico dei poeti

febbraio 2018 by:

Capitatomi di sedere a fianco d’una docente d’italiano in uno dei non pochi atenei dello Stivale, le chiesi che corsi stava tenendo. Rispose elencando alcuni dei cognomi festeggiati soprattutto d’estate dalle pagine culturali dei giornali. L’estate, stagione di spiagge, assegna vari premi letterari e dunque promuove meglio all’immortalità i vari Pontiggia Baricco Ferrante Carofiglio Saviano Piperno Maraini et al. E io, esercitando il diritto di sorvolare sui titani proclamati dai bagnanti: “Ma una volta non dovresti tenere un corso, metti, su Gabriele d’Annunzio?” Credevo che anche lui fosse un letterato italiano.

Per poco la docente non mi incenerì con lo zolfo infiammato del disprezzo, alquanto mitigato dalla compassione. Sillabò parole all’arsenico, non so se rivolte più a me o più al Vate e Comandante fiumano. Non potetti replicare, il concertista era riapparso sul palcoscenico. Avevo inteso provocare con d’Annunzio perché conoscevo il fideismo d’appartenenza democratica della docente. Ma non mi aspettavo reagisse come avessi stuprato un bambino o defecato in piazza.

Volli allora risalire a uno dei Rasputin cui la Nostra doveva tanto settarismo. Scelsi l’autorevole Luigi Russo, rettore o direttore alla Normale di Pisa per un paio d’anni, rimasto Magnifico assai meno di Miguel de Unamuno, che Salamanca volle rettore a vita. Per due euro comprai del Russo un libro ancora intonso, pubblicato da Laterza nel 1957: “Carducci senza retorica”. D’Annunzio non poteva mancare.

Infatti: “La fatturazione dello spirito italiano attraverso il D’Annunzio è stata così forte che nessuno vi ha resistito. Lo stesso Carducci si lasciò investire per l’ufficio di poeta della romanità dalle parole ruffianesche del suo sedicente scolaro d’Annunzio:

Ed anche tu, tu vate solare, assunto sarai nel concilio

Dei numi indìgeti, o Enotrio.”

Aggrava il biasimo Luigi Russo: ”D’Annunzio in verità non voleva che candidarsi successore del Carducci come vate della patria. Il Carducci ebbe il più grave colpo alla sua fama dalla menzognera glorificazione del d’Annunzio”.

Profferita la severa condanna di una delle ambizioni del Gabriele della Pescara –ma che c’era di male? Forse che qualcuno tra i nemici di d’Annunzio non avrebbe ambito alla gloria di vate democratico, fosse stato più dotato? – la pag. 87 precipita in un inatteso ridicolo: rivendica che anche Giosue Carducci, non solo Gabriele d’Annunzio, conobbe (sia pure in piccolo) gli amori di dame aristocratiche: “Ebbe una relazione con la Carolina Piva, moglie di un colonnello garibaldino, tra il novembre 1871 e il marzo 1881”. Ma le dame aristocratiche non erano la nequizia, anche poetica, e l’arrivismo del provinciale puttaniere d’Annunzio? Perché invocarne una, o anche due, contro la lunga teoria di prede del Comandante?

“Ahimé -lamenta il Russo- l’aura di diffidenza e di ironia, seminata dal d’A. e dai suoi discepoli doveva influire molto sfavorevolmente sui giudizi letterari intorno alla poesia carducciana” (…) Il d’A. continuò a drogare l’atmosfera letteraria italiana fino al 1915, e la nostra generazione di dolorosi combattenti carsici dovette subire l’onta di costellare sanguinosi sacrifici con frasi dannunziane bruttissime, anche se scolpite in ornato stile. Si potrebbe documentare che fino a pochi anni fa di moduli dannunziani era intessuta particolarmente la prosa degli illetterati”.

Un tempo, notiamo noi, si lodava quella arte che era capace di attrarre persino gli illetterati. Ad ogni modo il professore si indigna davvero sull’ambizione attribuita a Gabriele –ma gli serviva davvero?- di succedere a Carducci: “La figura del vate era stata impiantata dal Vico e dall’Alfieri; dopo la morte del Carducci tentarono di ereditarne l’ufficio d’Annunzio e Pascoli. Dopo i balbettamenti del Pascoli e il cattivo gusto di pervertito del d’Annunzio, la figura del poeta-vate scompare dall’immaginazione e dai sentimenti degli italiani; e credo con soddisfazione generale degli italiani, anche i più ritardatari”.

“Il più rovinoso di cotesti poeti vati è stato naturalmente Gabriele d’Annunzio; coi suoi vaticinii illibidinì l’Italia e l’accompagnò verso il disastro, ma forse la guarì energicamente, come per un’operazione chirurgica. E’ proprio vero che un mito, sia pure nobilissimo come quello del poeta-vate, si liquidò nelle menti e negli animi con la stessa torpidezza di vanità e di sensazioni che vi immisero alcuni cantori. Il d’A. ha se non altro il merito di averlo esasperato fino alla più ridicola corruttela”.

Se, come riconosce il nostro professore, il mito del poeta-vate risale alla mitologia vichiana, cara anche al Foscolo, esso professore avrebbe dovuto distinguere tra i vaticinii funesti e quelli vivificanti del vate che invecchiò tra i cimeli guerreschi del Vittoriale, uno dei quali era un’incongrua prua di corvetta adagiata tra i lauri e i cipressi del Garda. I vaticinii che funsero come proposte di ipernazionalismo e di foga bellicista furono oggettivamente malefici. Gli altri, quelli che fecero irraggiungibile il poeta de “Il verso è tutto”, furono inni, anzi laudi, a quei numi che in un passato di favola predilessero su altre contrade la Penisola saturnia, al punto di farla molte volte sublime. Questo specifico d’Annunzio poetò come un Virgilio candidamente posseduto dalla fede nella divinità dei destini italici.

Allora al cattedratico di Pisa spettava di discernere tra la funzione letteraria-professionale e quella profetica e d’utopia di alcuni conduttori di anime. Io che qui scrivo detesto lo sciovinista che nel maggio 1915, guadagnato dal denaro francese, capeggiò con successo il nostro sinistro interventismo. Che plagiò a suicidarsi sul Carso schiere di sottotenenti che lo avevano letto. Tuttavia so, io che qui scrivo, che G. d’A. fu pressoché solo, tra i poeti guerrafondai, a cantare l’eroismo nella lingua insuperata di ‘Alcyone’. Solo a stregare senza rimedio menti ardue come quel Claude Debussy che mise nelle mani di d’Annunzio ‘Le martyr de Saint Sébastien’.

Si prenda una qualsiasi storia della letteratura che sia stata compilata fuori delle risse tra chierici versificanti di casa nostra. Difficilmente quella storia negherà l’immensa maestria, l’eccezionale musicalità e la potenza suggestiva del poeta della ‘Pioggia nel pineto’ e di ‘Maia’. Dell’artista che seppe trasformare in un dio apicale un mezzo capro ruminante come il Pan degli Elleni. Si legge p. es. nella “Lincoln Library of Essential Information”, scrupoloso manuale per studenti di college, che d’Annunzio “ when picturing the former glories of Italy, rose to the level of a great classic writer.”

La verità è che la poièsi, il momento creatore dell’Abruzzese (cui offrirono invano la cattedra a Bologna che era stata di Carducci: egli declinò) era perfettamente inaccessibile ai poeti “seri” e democratici che piacevano a Luigi Russo: incluso il Nobel Montale, scabro capofila di letterati e di giornalisti talmente anti-eroici da risultare più volte noiosi agli Dei come ai mortali. Io sono certo:

il poeta di “Laus Vitae” che a suo tempo incontrerò nei Campi Elisi, avrà fatto felice l’intero popolo di quel paradiso!

Invece Luigi Russo si accanì contro l’innocua candidatura a successore di Enotrio poeta nazionale. Russo: “Quando G. d’A. si impossessò della parola vate, la parola vate era già tutta corrotta e consunta, distante dal suo remoto significato. Il poeta d’Abruzzo continuò a drogare l’atmosfera letteraria italiana fino al 1915”. Già, ma il Pontifex capo della Normale pisana riconosce che erano “memorabili” le pagine delle “Vergini delle Rocce” che “deprecavano un re democratico, fedele impiegato della Costituzione”. E non era da deprecare tale sovrano adepto al parlamentarismo demo- cleptocratico? Vivesse ancora, Luigi Russo, non è detto che amerebbe la repubblica di Mattarella e Boldrini.

Concludendo. Non sono meno di 20 le pagine di un libro su Carducci in cui Luigi Russo deride, tenta di demolire o semplicemente insulta G. d’A. Il Comandante fiumano meritò largamente le rampogne per vari suoi cedimenti alla maniera. Ancora di più meritò le denunce, perfino le condanne spietate, per aver contribuito a far precipitare il Paese nella Grande Guerra. Essa fu il più grave delitto politico dell’intera storia aperta dal Homo Erectus quando prese a usare la clava contro un altro ex-primate come lui. E se la Grande Guerra – addebitabile anche ad opinion makers come d’Annunzio- fu un crimine tanto orribile in quanto esigette un Secondo Conflitto mondiale che forse spense 50 milioni di vite. Il d’Annunzio bellicista non ha diritto a perdono. Ma altre sue colpe, quella di fare il vate per dirne una, furono veniali. Vaticinare fu tutt’uno che cantare la Saturnia Tellus come e meglio di Virgilio.

Detto questo, i grossi bonzi alla Luigi Russo tradiscono la loro missione, sono pessimi maestri, negando la grandezza del poeta di Pescara solo perché non piaceva alla loro fazione. E hanno inebetito allievi inconsapevoli come la docente di cui al nostro incipit: al punto di avviticchiarsi ai vincitori dei premi democratici d’estate.

Antonio Massimo Calderazzi